Poesiola Valpolesella

 
 






C’era una volta la ricca Contea
dal dolce nome di Valpolesella
che un paradiso in terra parea.

Di tante gioie la cara pulzella
era adornata: fresche acque correnti,
campi ubertosi che la facean bella,

festoni verdi di tralci e sarmenti,
rosse ciliegie, pesche succose,
pascoli pingui ricchi di armenti,

orti ridenti ornati di rose,
che un’aria pura dalle montagne
fresche rigenera nelle ore afose.

Famoso dipintore
di Mone, di Madonne,
e sensuali gnocche,
l’avea delineata
su nuvole barocche,
le gambe al vento, rossovestita,
ebbra di vino, piena di vita.


Un male oscuro, indecifrabile
da tempo all’erta, ormai inguaribile,
l’ha contagiata ed una fregola
impresariale ed economica
l’ha assatanata:
ora è infangata,
avvelenata,
attossicata,
iperspianzata,
disinfestata,
brutta di fumi.
di cave butterata,
la veste lacerata,
ormai alcolizzata,
da chi dovea proteggerla
soltanto violentata.

Una funesta foja edilizia,
ardente voglia di periferia,
un’incapacità per la bellezza,
un’insaziabile e cieca avidità
che pensa solo a guadagnare schèi
crede che sol l’imprenditorialità,
quella vecchia, stantìa, trista e fella
sarà la dote di Valpolicella.

Sindaci, Presidenti Provinciali,
Governator Regionale e Ministri,
siano pur Destri, Centrali e Sinistri,
Leghisti, Preti ed anticlericali

ignoranti o dottori forestali,
letterati, sapienti oppur magistri,
incolti o colti gestori locali
o qualsiavoglia persona amministri

son tutti quanti uniti a favorire
una fallace idea di occupazione
per mancanza di idee da perseguire

senza pensare che l’incenerire
tramite la tremenda costruzione
della torre ci farà ischeletrire

precipitevolissimevolmente.



Sergio Vartolo
sergiovartolo@alice.it

domenica 20 giugno 2010

 
 
     
 
     
     
 

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