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Quale credibilità può avere un ladro che pretende di
insegnarti a non rubare?
Soggetto: Mara Carfagna
Attributo: ministro della Repubblica Italiana
Verbo: si scaglia contro
Oggetto: una campagna pubblicitaria dove si vede una
ragazza smutandata
La foto qui sopra ritrae tale Mara Carfagna che fa
pubblicità a sè stessa in una posizione che è un
manifesto di decenza, di pudore, di dignità femminile.
(i casi della vita...)
QUELLITALIA CHE
VIVE NELLISOLA DEI FAMOSI,
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA dal Corriere della Sera del 20
febbraio 2011
Non cè alcuna prova decisiva né alcuna statistica
inoppugnabile che dimostri che il nostro Paese stia
andando a rotta di collo verso una sorta di analfabetismo
di massa e insieme verso un dilagante involgarimento
delle sue abitudini e dei suoi stili di vita o verso
loffuscamento di una certa tradizionale
sensibilità al tempo stesso umana e morale. Così come
non cè alcuna prova che in tutto ciò la
televisione e i suoi programmi centrino qualcosa.
Ci sono però a farcelo sospettare, anzi credere, la
nostra percezione, viva, quotidiana; e la nostra
intelligenza. Conteranno pure qualcosa! Per mille segni
avvertiamo intorno a noi, infatti, che ogni giorno il
senso della vita delle persone che abitano questo Paese,
lorizzonte dei loro sentimenti e delle loro
emozioni, il loro rapporto con il passato, sono
sottilmente ma ineluttabilmente distorti, svuotati,
manipolati, corrosi, e poi ricombinati in modi nuovi
dalla televisione. È un discorso trito e ritrito, questo
sulla televisione? Figuriamoci se non lo so. Ma anche i
discorsi sulla mafia o sullevasione fiscale sono
triti e ritriti. I problemi e i mali dItalia non
sono quasi mai nuovi, ahimè: è forse però un buon
motivo, allora, per non parlarne? È nello spazio
strabordante dei programmi dintrattenimento che
soprattutto si compie la manipolazione distruttiva
dellantropologia italiana. In quei programmi
dove pure senza arrivare ai livelli
postribolari di cose come Lisola dei
famosi o del Grande Fratello si mischiano
presentatori-guitti, comicastri, sound triviali, corpi
seminudi, trovate quizzistiche da quattro soldi e
torrenti di chiacchiere sul nulla. È da questa poltiglia
che colano ininterrottamente dalla mattina alla sera
nella testa di milioni di italiani modelli di
comportamento posticci e spregevoli, disprezzo implicito
per ciò che è intelligente e frutto di tenacia e di
sacrificio, lidolatria dellapparire,
lammirazione per tutto ciò che è esagerato,
sgangherato, enfatico, superfluo, ai danni di ciò che
invece è normale e appropriato. Non so se anche altrove
esistano programmi così fatti e in tale numero: mi pare
proprio di no. Quello che è certo è che in Italia
leffetto è stato ed è particolarmente devastante.
La disgregazione delle grandi periferie metropolitane,
una cultura popolare ritrovatasi a causa
dellurbanizzazione repentina e massiccia privata
delle sue antiche basi, strati giovanili a cui
lacculturazione scolastica non dice e non dà più
nulla, tutto ciò ha prodotto un vuoto in cui il modello
turpe-televisivo ha trovato e trova facile modo di
imporsi a suo piacere. Ma non bastano queste spiegazioni.
Deve essere accaduto nel nostro Paese qualcosa di
particolarmente rilevante e specifico, se in nessun altro
luogo dEuropa si vede tanta televisione e così a
lungo ogni giorno come da noi; se visibilmente essa ha un
effetto così vasto e condizionante; se in nessun luogo
dEuropa le più clamorose futilità televisive sono
capaci di suscitare tanta attenzione e discussione come
in Italia. Ciò che è accaduto è che da decenni, in
realtà, la poltiglia televisiva costituisce il
surrogato dellegemonia culturale sulla società
italiana che le sue classi dirigenti non sono
più capaci non dico di esercitare ma neppure di
immaginare. La rottura è avvenuta intorno alla metà dei
Settanta, non a caso quando cominciò la lenta
decomposizione del quadro politico-intellettuale della
Prima Repubblica e iniziò, contemporaneamente, a
proliferare la televisione commerciale. Da allora chi ha
la direzione effettiva della vita spirituale italiana,
chi sempre di più determina i suoi stili e il suo
«discorso» , è la televisione. Ciò che ha la sua
conferma nel fatto che in nessun altro Paese
dEuropa come nel nostro il pubblico televisivo è
così interclassista, copre tutti gli strati sociali,
compresa quella che si dice lélite. In Italia
tutti vedono la televisione. E solo in Italia
tutto ciò che non passa sullo schermo non esiste.
Anche lUnità dItalia e il suo inno esistono
solo se è la Tv che ne parla, sia pure per bocca di un
teatrante geniale come Benigni. Tutti sono in certo senso
costretti a vedere la televisione, perché alla fine
vederla è, paradossalmente ma anche molto concretamente,
il solo modo che esista oggi di essere italiani, di
partecipare in qualche modo a una comunità culturale che
altrimenti come tale non ha voce, né centro, né
effettivi protagonisti nazionali. Considerazioni come
queste che sto facendo si concludono in genere con la
messa sotto accusa di Berlusconi quale artefice primo e
massimo «utilizzatore finale» (politico)
dellegemonia televisiva. Ora, è vero che
Berlusconi ha impiantato da noi la televisione
commerciale: ma la pubblicità televisiva e la
televisione commerciale fino a prova contraria esistono
anche in molti altri Paesi. Legemonia televisiva (a
sfondo commerciale, certamente) è tuttaltra cosa:
e non lha creata Berlusconi. Non è il frutto della
malizia di un uomo, è il prodotto di una storia. È
il prodotto della storia dItalia: della
fragile modernizzazione postbellica sempre più priva di
una guida forte, della debole e superficiale
scolarizzazione, della pochezza e dellincertezza
delle classi dirigenti, della progressiva latitanza della
politica. Ed è per questo che oggi nella brutalità
sommaria di questegemonia televisiva ci stanno
dentro tutti, destra e sinistra. In una trasmissione di
Santoro cè una dose di approssimazione impudica,
di aggressività e di cialtroneria italiota almeno pari a
quella del peggiore palinsesto di Mediaset. E chi finge
di non accorgersene è solo perché conta di prendervi
parte per avere agio di aggredire il nemico di turno.
mercoledì 23 febbraio 2011
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