| |
Si sta sgretolando un certo modo di fare politica, questo
assillante gridare ma come sono bravo, ma guarda che
risultati che ho raggiunto, ma hai sentito quanti mafiosi
ho arrestato anche oggi (Iovine docet). Lo stile è
quello di Berlusconi. Ma qui si parla di Maroni che
ultimamente ha le sue belle gatte da pelare. Già quando
era stato costretto a dichiarare che sulla vicenda Ruby
era tutto regolare, si vedeva dalla sua faccia che gli
avevano fatto ingoiare il rospo. Adesso cerca di
riprender quota prendendosela con Saviano. Maroni (che
comunque considero una persona seria) non ha ancora
capito che mai sconfiggerà le mafie che circolano in
Italia con la repressione e la confisca. Sono quelli come
Saviano, sono quelli che mettono in moto i cervelli che
hanno la possibilità di sconfiggere la delinquenza che
sempre più spesso prolifica dentro ai palazzi del
potere. E poi la smetta, Maroni, con i dieci arresti
giornalieri sbandierati ai quattro venti. Faccia il suo
mestiere in silenzio. E aspetti che sia l'opinione
pubblica a riconoscergli dei meriti.
Fazio e Saviano sono una rivoluzione. Nove milioni di
italiani che li guardano è un segnale di una portata
sconvolgente. Gli attuali personaggi politici sono tutti
da rottamare. E insieme vanno rottamate le loro serve che
lavorano nelle televisioni, con programmi dove si
baruffa, ci si ingiuria, dove la regola è parlare in
quattro contemporaneamente, dove l'unica regina
incontrastata è la polemica sterile, che non porta a
nulla. (pollaio da studio, lo
definisce Curzio Maltese)
Che mia figlia e i suoi amici di 25 anni si riuniscano
per ascoltare Fazio e Saviano, questa è la notizia.
Siamo tutti arcistufi delle boiate dei Grandi Fratelli e
delle Isole degli Idioti. Siamo stufi di questa
televisione dove regnano sovrani culi, tette, Lele Mora e
le puttane a cui vengono offerti posti in politica.
Fazio e Saviano hanno portato aria fresca. E in nove
milioni l'abbiamo respirata volentieri, abbiamo subito
avvertito che c'è un modo diverso di fare informazione.
Gli italiani evidentemente non sono così coglioni come
il premier crede e di cuore auspica.
Saviano affermando che il referente al nord delle mafie
è la Lega, ha fatto una semplificazione. Gliela perdono
volentieri e rimango nella certezza che ascoltare Saviano
affascina. Maroni, no.
Via dal
teatrino della televisione
di CURZIO MALTESE
"Vieni via con me" era la più bella canzone
italiana ed è ora il titolo di una trasmissione piena di
difetti, come ha notato la critica laureata. Ma chi se ne
frega. È un evento storico, segnala la morte del
berlusconismo televisivo.
Il prodromo, l'archetipo, l'ideologia, il fondamento
degli ultimi vent'anni di politica. Un programma che
batte il Grande Fratello non soltanto con uno strepitoso
Benigni, che sarebbe comprensibile, ma con don Gallo e le
storie dei rom o della 'ndrangheta dell'hinterland
milanese, non è un fenomeno di costume, ma la spia di
una svolta della società italiana.
Il teatrino della televisione è l'antefatto del teatrino
della politica, bersaglio preferito di Berlusconi. Nel
bene o nel male, nel teatrino della politica stanno
accadendo cose importanti e nuove, come la crisi finale
del berlusconismo. Nel teatrino televisivo è invece
tutto immobile da vent'anni, almeno all'apparenza. Il
berlusconismo impera, dal Tg1 ai quiz, all'ultimo
programma per casalinghe del mattino o del pomeriggio.
Tutti i talk show, anche quelli alternativi e
"contro", sono monopolizzati da una compagnia
di giro formata al massimo da venti persone che campano
negli studi congiunti Rai-Mediaset e trasmigrano da un
canale all'altro, da Vespa a Santoro a Ballarò, formando
un'unica marmellata. Dal punto di vista stilistico, non
dei contenuti per carità, questo rende Annozero
altrettanto bolsa di Porta a Porta. L'operaio in
sciopero, la cittadinanza in rivolta, il disoccupato
napoletano sono soltanto la scenografia esterna, le
comparse di contorno dell'interminabile, incomprensibile
e in definitivo inutile pollaio da studio.
Il primo merito di "Vieni via con me" è di
rompere questa rappresentazione. Non c'è teatrino. Si
possono vedere e ascoltare davvero personaggi e temi
espulsi da anni dalla televisione. Ligabue e i rom,
Benigni e la laicità dello Stato, don Gallo e la
prostituzione da strada, Paolo Rossi e l'immigrazione.
Non a caso, i meno efficaci l'altra sera erano i
temutissimi Fini e Bersani. La solita guerra censoria del
berlusconismo è stavolta particolarmente grottesca e
inefficace perché è chiaro a tutti, anche agli elettori
del centrodestra, che "Vieni via con me" a
differenza di altri programmi "proibiti" non
conduce battaglie politiche, ma sociali. Ed è un'altra
ragione per cui rappresenta un'oasi dal teatrino
politico-televisivo.
Non saprei neppure dire se è televisione nuova o
vecchissima, post berlusconiana o magari pre
berlusconiana, con sapori di Rai d'una volta, Barbato e
Biagi, TvSette e "Non è mai troppo tardi". È
piena di difetti, si diceva. Lenta, a tratti pedante,
ossessionata dagli elenchi, politicamente troppo
corretta. Roberto Saviano spiega la 'ndrangheta in
Lombardia come il maestro Manzi spiegava la grammatica,
in maniera quasi ingenua, che può far ridere i
giornalisti che si occupano di questi argomenti da
decenni. Ma siccome Saviano porta queste conoscenze da
specialisti a nove milioni d'italiani, come con Gomorra a
decine di milioni di lettori, siamo noi a far ridere.
L'unica cosa che si può fare con Saviano è di
ringraziarlo, volergli bene e proteggerlo con la
popolarità dalla ferocia dei suoi nemici. Quelli con i
kalashnikov e gli altri in doppiopetto.
Roberto Maroni è un buon ministro degli interni,
seriamente impegnato nella lotta alle mafie. Ma quando
per amore di bandiera nega il dato storico dello sviluppo
della 'ndrangheta anche nella Lombardia leghista e
rifiuta anche soltanto di discuterne, non diciamo
d'indagare, si comporta da politicante da quattro soldi.
Il successo di "Vieni via con me" va comunque
oltre queste polemiche e i tentativi di censura. È
l'epifania di un cambiamento negli umori del Paese. Con
una tv di servizio pubblico da anni Settanta, il
programma d'arte varia di Fazio e Saviano ha intercettato
paradossalmente un bisogno di nuovi codici e linguaggi;
ha ricondotto alla platea Rai un pubblico giovane e colto
che da tempo aveva abbandonato disgustato le reti
pubbliche per fuggire ovunque, da Mentana a Sky. È stata
una piccola, imprevedibile rivoluzione televisiva. Dopo
tanti anni, certo. Ma non è mai troppo tardi.
(17 novembre 2010) la
Repubblica
mercoledì 17 novembre 2010
|
|