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C'è il mondo in fibrillazione perché non capisce che
cosa potrà succedere nelle centrali nucleari del
Giappone. Ancora una volta c'è la dimostrazione che
nessuno è in grado di controllare una centrale nucleare
collassata; eppure, trovi sempre un politico italiano che
parla, che sorride, che reagisce con sufficienza. Proprio
come un perfetto imbecille.
Il Nobel Carlo Rubbia precisava un paio di anni fa.
Che
cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è,
dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri
combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche
l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni,
come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non
possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici
sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di
portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più
importante fonte energetica che la natura mette da sempre
a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e
cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la
terra".
Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora
più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di
nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei,
sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in
America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il
nucleare nella produzione energetica francese? Circa il
20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori
sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato,
per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per
costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di
lavoro che la tecnologia proposta si basa su un
combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi
resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".
Ma non si
parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la
sua opinione in proposito?
"Non esiste un
nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste
un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un
incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente
aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare,
semmai, di un nucleare innovativo".
In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento
largamente disponibile in natura, per alimentare un
amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un
reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a
catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro,
non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia
definitivamente il cordone fra il nucleare militare e
quello civile".
Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di
questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia
sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo
da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie
nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo
allo stesso tempo una discreta quantità di
energia".
Ora c'è anche il cosiddetto "carbone
pulito". La Gran Bretagna ha riaperto le sue miniere
e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta
favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e
della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica
più inquinante, più pericolosa per la salute
dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo
l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice
quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media
fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No,
il ritorno al carbone sarebbe drammatico,
disastroso".
E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio,
escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere
a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la
produzione di energia solare, costruito nel deserto del
Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di
dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono
solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si
produce un terzo dell'elettricità di una centrale
nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati,
si potranno ridurre considerevolmente quando verranno
costruiti in gran quantità".
Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i
deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la
tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle
nostre regioni meridionali o magari in Africa, per
trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli
antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine.
Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo
200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta
l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di
queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento
delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per
rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area
equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt,
basterebbe un anello solare grande come il raccordo di
Roma".
Il sole, però, non c'è sempre e invece
l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e
d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti
solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia
e la trattengono in speciali contenitori fino a quando
serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si
produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno
come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma
l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare
la corrente".
Se è così
semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai
monopoli. E non
paga la bolletta. Mi creda questa è una grande
opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi,
molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto
del resto per il computer vent'anni fa".
martedì 15 marzo 2011
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