Processionaria, Amarone, o ... altre case ?

 
 




(da osservare attentamente e in religioso silenzio)




Perché sulla Masua, al posto di quegli stupidi pini, capaci solo di produrre processionaria, non si impiantano dei bei vigneti ?

Ho abbastanza anni per ricordare che sul colle della Masua, che divide la valle di Negrar da quella di Marano, si andava il lunedì di Pasqua con sporte di uova sode, bottiglioni di vino e “la pissòta”. Era una collina completamente brulla e la vista sulle due valli era assolutamente libera. Un capitello indicava approssimativamente la sommità del colle. Vi si saliva a piedi dai due versanti ed era una occasione di incontro e di festa alla buona, lì sopra, a dominare con lo sguardo le due vallate.

Poi (la biodiversità non esisteva ancora) arrivò la Forestale ad impiantare i pini. Piante portate da chissà dove e comunque non appartenenti alla vegetazione della Valpolicella. Motivazione addotta: l’impianto di questi pini su terreni brulli e sassosi, provoca, attraverso le radici delle piante, un riaffioramento di terreno fertile. Dopodiché si possono piantare alberi da frutto.
Non va trascurato un altro fatto. La pineta della Masua è stupida, sporca, praticamente inaccessibile. Solo recentemente è stata un po’ ripulita, ma la sua caratteristica più evidente è quella di una squallida fabbrica di Processionaria e di ramaglie rinsecchite.

Se è vero che la pineta ha esaurito la sua funzione, perché al suo posto non si piantano viti ? Il paesaggio ne uscirebbe di sicuro riordinato, il terreno verrebbe coltivato e non avremmo più tra i piedi quegli stupidi pini che nulla hanno a che fare, ripeto, con la Valpolicella.
E non si tiri fuori la sciocchezza della biodiversità, termine usato a sproposito da chi molto spesso non sa nemmeno cosa sia.

Adesso in estate abbiamo a che fare con quelle processioni infinite di bruchi. Dopo, è vero, avremo a che fare con il solito agricoltore che irrora le viti sue, quelle del vicino, i polmoni dei passanti, gli insetti di cui le rondini si cibano.
Però, almeno, tra un filare e l’altro ci si potrà passare.

sabato 13 febbraio 2010

 
 
     
 
     
     
 

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