Gabriele Fedrigo

 
 




  Un curriculum vitae
ti guarda come una tovaglia sgualcita.
Nei “titoli” di carta
un latrato nascosto di iene
ricorda al mondo
le processioni borghesi
dell’ego sum.
Si stringe il cuore
vedere curricula
nei bidoni
fra le melme dei giardini pubblici
come i girini morti
quando arriva l’inverno.
Slavate le parole
del “chi” ,
sono foglie secche
i “servizi prestati”
nei tuoi trucchi di saltimbanco.





Com’è questo dedalo ?
Perfetta noia
del vecchio e del nuovo.
Usura del vedere,
usura dell’udire,
usura del gustare.
Volti incollati all’iride,
bocche e mani,
nomi e piaceri
i ricordi tarlati
dell’ultima orgia.
Mia ossessione !
Mia prigione !
Non abbiamo mappe
per virare l’angolo
storto dei nostri vani timori,
via da questo inutile pensare,
Sisifo che mi consuma.
Non abbiamo reti dove pescare
l’ultima carezza
l’ultimo sogno
in cui affogò
l’inganno.
Un sasso lanciato
in un lago
disegna muto
un cerchio
come il nostro respiro
e poi di nuovo
e poi di nuovo,
come burattini
caricati a chiave.
 






Da Sebastian, Edizioni QuiEdit – www.quiedit.it


venerdì 5 febbraio 2010

 
 
     
 
     
     
 

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