Platone e la Padania


Ai Leghisti, lanciati in questa improvvisa spinta internazionalistica (la Padania in dialetto veneto) e nella ossessiva ricerca delle radici, dedico uno scritto di Platone.
Di 2400 anni fa.

 
 



da La Repubblica (Politèia) di Platone

Trasimaco.
Ascolta dunque, Socrate. Io dico che la giustizia non è altro se non ciò che è vantaggioso al più forte. Perché non applaudi ? Io lo sapevo che non ne avresti avuto il coraggio.

Socrate.
Lo farò appena abbia compreso ciò che tu vuoi dire: perché ora non ti capisco ancora. Tu affermi che il giusto è ciò che è vantaggioso ai forti. Cosa vuoi dire con questo caro Trasimaco ?

Trasimaco.
Colui che comanda fa le leggi secondo il suo vantaggio: il popolo fa le leggi popolaresche, il despota leggi despotiche e così gli altri. E nel fare le leggi essi dichiarano ciò che è ad essi vantaggioso come giusto per quelli che obbediscono: e puniscono chi vi contravviene come uno che agisce ingiustamente e contro le leggi. Questo voglio dire quando dico che in tutti gli stati il giusto coincide con ciò che riesce vantaggioso al potere stabilito. Il potere è la forza che domina; onde è legittimo concludere che dappertutto la giustizia e ciò che è vantaggioso ai forti sono la stessa cosa.

(Repubblica, I 338 C – 339 A)



Trasimaco.
Credi tu, Socrate, che i pastori pensino al bene dei loro greggi, se ne prendano cura e li ingrassino per altro fine che per il vantaggio dei loro padroni e loro proprio ? E così pensi tu che i padroni dello stato, che hanno il potere effettivo, abbiano nel rapporto con i loro assoggettati un sentimento diverso da quello che si avrebbe per delle pecore e che giorno e notte essi si occupino d’altro fuori che del modo di ricavarne un utile ?

Tu sei così lontano dal conoscere ciò che è il giusto e l’ingiusto, che non sai che la giustizia è un bene che serve non a chi lo possiede, ma al forte che comanda: e che anzi essa (giustizia) è uno svantaggio per chi vi si assoggetta ed obbedisce. L’ingiustizia esercita il suo impero sugli uomini giusti, i quali per ingenuità obbediscono, servono all’interesse dei forti e ne promuovono, servendo, il benessere: mentre non servono affatto al proprio.

Bisogna, o semplice uomo che tu sei, considerare le cose da questo punto di vista: che l’uomo giusto si trova sempre in condizioni d’inferiorità di fronte all’ingiusto. Già nei rapporti comuni, quando essi intraprendono qualche cosa insieme, l’uomo giusto non ne esce mai con il proprio vantaggio, ma anzi con lo svantaggio. E nelle cose pubbliche, quando è imposta una contribuzione, il giusto, a condizioni uguali, paga sempre più dell’ingiusto: se vi è da avere qualche profitto, il guadagno è sempre tutto per l’ingiusto. E, quando si tratta di rivestire qualche ufficio pubblico, il giusto vi perde sempre, se non altro perché lascia deperire per trascuratezza i suoi interessi privati e non ritrae alcun profitto a spese del pubblico: senza contare che egli si attirerà l’odio dei conoscenti e dei parenti perché non vorrà favorirli contro ciò che è giusto. Mentre per l’uomo ingiusto avviene tutto il contrario.

E tu comprenderai ancora meglio il vantaggio dell’uomo ingiusto quando tu ti spinga col pensiero fino all’ingiustizia completa: quella che fa dell’uomo ingiusto l’uomo più beato e di colui che è vittima dell’ingiustizia, senza poterla ricambiare, l’essere più infelice. Questa è la tirannide, che con la violenza e la frode si impadronisce del bene altrui, privato e pubblico, contro tutte le leggi umane e divine, e non piano piano, ma d’un colpo. I ladri ordinari, se scoperti, vengono puniti e ne riportanola più grande ignominia: essi sono detti sacrileghi, briganti, ladri, truffatori. Però quando uno si impadronisce non solo dei beni ma anche delle persone dei cittadini e li riduce a schiavi, egli non riceve questi nomi infami; egli è considerato come l’uomo più fortunato e beato non solo dai suoi concittadini, ma anche dagli altri, i quali pure sanno che egli ha perpetrato le peggiori ingiustizie.

Coloro che biasimano l’ingiustizia, la biasimano non perché riluttino a commetterla, ma perché temono di subirla. Così vedi, caro Socrate, che l’ingiustizia portata al più alto grado è qualche cosa di più forte, di più nobile, di più potente che la giustizia e che il giusto è ciò che riesce al vantaggio del più forte, l’ingiusto è ciò che riesce al proprio vantaggio.


(Repubblica I, 343 B – 344 C)

venerdì 14 agosto 2009

 
 
     
 
     
     
 

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