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Ogni giorno
a Milano si gettano nei rifiuti 180 quintali di pane
E' notizia di pochi giorni fa. Luca Zaia (prossimo
governatore del Veneto) ed Ermanno Olmi hanno commentato
la notizia. Le riflessioni di Zaia mi piacciono, anche se
gli vorrei chiedere cosa ne pensa dei milioni di
tonnellate di prodotti agricoli che vengono buttati per
non far crollare i prezzi. Comunque, in questa occasione,
un punto a suo favore.
Zaia:
così cercheremo di recuperare il cibo
Gentile direttore, ho letto ieri con grande interesse l'
articolo di Rita Querzé sul Corriere. Che ogni giorno si
gettino nella spazzatura quintali e quintali di pane e di
altri alimenti è semplicemente assurdo. In Italia, ogni
anno, si sprecano un milione e mezzo di tonnellate di
cibo, quasi quattromila tonnellate ogni giorno. Ciascuna
famiglia spreca cibo per circa 450 euro e, solo a Natale,
finiscono al macero prodotti per un valore di 52 euro a
nucleo familiare. È evidente che bisogna cambiare
qualcosa nel nostro modo di consumare e di intendere il
cibo. Fino a poco tempo fa, tutti noi appartenevamo a una
cultura, quella contadina, per cui sprecare il cibo era
uno scandalo. Procurarselo costava fatica e per questo si
conosceva il valore delle cose, il valore del piatto che
si riusciva a portare in tavola. Ora invece sembriamo
vittime di una sorta di perdita di senso: ingeriamo più
di quello che ci serve e buttiamo via ciò che avanza,
mentre c' è chi non ha cibo a sufficienza per vivere. Di
fronte a questa situazione, bisogna operare un cambio di
mentalità, recuperare la memoria perduta e tornare ad un
consumo etico. Il primo passo è rilocalizzare non solo
la produzione, ma anche i consumi. Il principio della
filiera corta, con un consumo di prodotti del territorio
e di stagione, serve proprio a questo: a superare l'
incultura che ci fa buttare via una mela solo perché è
un po' ammaccata e che ci fa pretendere la rugiada sulla
nostra insalata anche la sera. Bisogna innescare un
circolo virtuoso che contribuisca a ridurre gli sprechi,
e garantisca al contempo salubrità e sicurezza
alimentare ai cittadini, un giusto reddito agli
agricoltori e un vantaggio per l' ambiente. In questo
senso, un valido esempio sono i mercati dei contadini, i
farmers market, le cui vendite, non a caso, nell' ultimo
anno sono cresciute di oltre il 300 per cento, segno di
un cambio di rotta tra i cittadini consumatori. Occorre
poi ripensare la filiera per consentire il recupero e la
ridistribuzione del cibo a livello territoriale. E penso,
ad esempio, al lavoro svolto da realtà come il Banco
alimentare o i Last Minute Market, che recuperano il cibo
e lo ridistribuiscono nel raggio di pochi chilometri,
risparmiando in questo modo sui costi di gestione delle
scorte e sui trasporti. A quel consumo globalizzato di
cui è figlia la cultura dello spreco contemporanea, noi
preferiamo la filiera corta, i prodotti dei nostri
agricoltori, dietro i quali c' è la storia dei nostri
territori. Luca Zaia Ministro delle politiche agricole
alimentari e forestali
Zaia Luca
Pagina 19
(4 gennaio 2010) - Corriere della Sera
Quelle michette buttate, un vero
crimine
Qualche volta la stupidità è un crimine. Questo del
pane che si butta è uno di quelli. Quando ieri ho letto
l' articolo del Corriere non mi sono sorpreso: è già da
parecchi anni che a Milano, ogni giorno, si butta via
quasi un terzo del pane che si produce. E tuttavia
nessuno si è mai scandalizzato più di tanto. Storditi
dai privilegi del benessere, non avevamo alcuna ragione
urgente per porci la questione dello spreco. Anzi, la
baldoria dei consumi faceva parte delle nostre garanzie
di eterna ricchezza. E allora, come mai ce ne accorgiamo
solo adesso? Soltanto un anno fa si fece un gran parlare
in toni allarmati sull' insufficienza di grano, tanto che
il prezzo aumentò spropositatamente. E mi pare, se non
ricordo male, che recentemente si sono sollevate proteste
perché anche i pastai hanno alzato il prezzo dei loro
prodotti. Di fronte a queste contraddizioni, chi sa
spiegare a degli sprovveduti come me, per quale motivo a
Milano si buttano via 180 quintali di pane al giorno? Da
parte mia posso solo domandarmi se è la stupidità a
generare questo crimine oppure se è il crimine,
programmato con tanta lucidità come in questo caso, a
dar luogo a una nostra stupidità nell' accettare
passivamente la condanna dell' inciviltà. Temo che tutto
questo avrà un costo ben più alto del valore economico
dello spreco. Avevo tredici anni nel 1944. Dopo quattro
anni di guerra l' Italia era ridotta alla fame. Da
Milano, eravamo sfollati a Treviglio, a casa di mia
nonna. Nel cortile c' era un bottega di prestinaio. Il
pane era scarso e tesserato. Molte panetterie erano
chiuse. Il figlio del fornaio era mio amico e così
cominciai a dare una mano a fare il pane. Il mio primo
lavoro è stato il panettiere. Si cominciava a mezzanotte
e si finiva a mezzogiorno. Per dodici ore di lavoro mi
davano un chilo di pane. Dirlo adesso sembra una miseria.
Allora era una grazia della provvidenza: quel chilo di
pane che portavo a casa aiutava la famiglia a campare e
valeva assai di più di quanto costava in danaro. Ma non
c' era nemmeno il pensiero di mettersi a fare paragoni:
il pane messo sulla tavola era un atto sacro e si
ringrazia Iddio per averlo ricevuto. So bene che qualcuno
dirà: molto meglio adesso, che nessuno muore di fame. E
invece non è vero. Nel mondo si continua a morire di
fame, solo che non si vede da vicino: e quando capita in
tv meno male che poi si parla d' altro. Anche del pane
che si butta a Milano, e così dappertutto nelle nostre
società di sviluppo avanzato. Se ne parlerà per alcuni
giorni, poi ci occuperemo di altro. Fino alla prossima
volta. RIPRODUZIONE RISERVATA Chi è Il ricordo Il mio
primo lavoro è stato il panettiere. Si cominciava a
mezzanotte. Per 12 ore me ne davano un chilo
Olmi Ermanno
Pagina 19
(4 gennaio 2010) - Corriere della Sera
domenica 9 agosto 2009
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