| |
|
Via della Chiesa n. 5
Il primo rumore che saliva la mattina dalla stretta
stradina sotto casa e che dal letto della mia stanza
sentivo perfettamente nitido era la bici del panettiere
la cui dinamo ronzava al ritmo delle pedalate per far
luce nel buio della prima alba: lora, per lui, di
avviarsi al lavoro. Sua figlia era in classe con me, la
mia migliore amica, e sapevo che di giorno in casa sua
bisognava parlare piano, perché il papà dormiva.
Qualche volta lo incrociavo, con il vestito infarinato e
infarinati i capelli, oppure in pigiama, a ore strane,
quando gli altri erano tutti vestiti.
Era dunque il pistor che rompeva la quiete della
strada; vita che tornava dopo la sia pur breve morte
della notte: breve perché avevano da poco finito di
vociare o cantare gli ubriachi del paese
che, dopo la chiusura dellosteria della piazza,
ondeggiavano verso casa cercando appoggio lungo i muri;
lo sapevo, perché qualche volta mi ero alzata a guadare.
Puttane e madonne, vociavano, e anche altre bestemmie che
ascoltavo spaventata e immobile nel letto. Ma quelli
erano rumori che appartenevano, nel mio arbitrario
conteggio personale, ancora al giorno prima, roba
vecchia, serale, insomma, non mattutina, non nuova come
la dinamo ronzante del panettiere.
Poi in genere più nulla fino allora della messa
prima, intorno alle sei, quando la strada si animava di
voci femminili, non ancora allegre come quelle
dellora della spesa, piuttosto mormorii da chiesa,
come di chi dicesse sommessamente le orazioni oppure
sussurrasse per paura di farsi sentire, chissà, da me
che lassù al secondo piano stavo sveglia con le orecchie
tese. Mi consolava quel bisbigliare di anime pie,
destate come dinverno, mi dava sicurezza e
quiete; e sapevo che se mi fossi affacciata alla finestra
socchiusa le avrei viste andare, le brave vecchie, sole
oppure due a due, svelte verso la parrocchia, vestite di
nero e con i capelli a crocchia fermati da una miriade di
forcine.
Niente uomini perché, questo già lo sapevo, la chiesa
non li riguardava più di tanto. Eventualmente ci
andavano la domenica e mai, comunque, a messa prima.
Lunico maschio sempre presente a tutte le cerimonie
era il sagrestano, ma poiché sopra i pantaloni portava
la tonaca nera dei preti, non era certo cosa fosse
veramente; e non a caso, sebbene fosse marito e padre, lo
chiamavano el monek. Sentivo dunque le voci
delle pie donne, ma quasi mai i passi perché portavano
certe morbide pantofole alte, di feltro marrone, chiuse
da una zip, con suole di gomma che sfioravano silenziose
il selciato della stradina. Le stesse che il giorno dopo
Santa Lucia sfoggiavano, in più piccolo, anche le mie
compagne di classe, ragion per cui le ho invidiate per
anni, dal momento che a me la santa non le portò mai,
benché le avessi desiderate spasmodicamente per anni.
A volte alla scura schiera delle vecchine si mescolava
qualche donna meno anziana, ma non era dalla voce
forse più netta e più squillante - che la riconoscevo,
bensì dai tacchi che sui cubetti di porfido risuonavano
perentori. E, a seconda del loro ritmo nervoso
ticchettio, incerto strascicare o regolare, ordinato
calpestio -, mi pareva di poter indovinare il carattere e
lumore della padrona di quelle scarpe.
Alluscita della chiesa parlavano già tutte con
tono più alto tanto che sentivo brandelli di frasi
arrivare fin su; e poco dopo le loro conversazioni si
mescolavano a quelle delle donne più giovani e meno
mattiniere uscite per andare a fare la spesa. Richiami,
saluti, parole, risate. Esclamazioni salivano squillanti,
confondendosi tra loro, in gara a superarsi.
Regolarmente, cera una voce che, per intensità,
altezza o forza, si distingueva dalle altre, esattamente
come nel coro della chiesa sempre una si fa notare per il
tono ostinatamente acuto oppure chioccio, o
stridulo o anche stonato del suo canto. E in tutte
le stagioni la voce solista ragionava del freddo
perdurante della stagione, del prezzo scandalosamente
alto dei pomi o delle carote, di un maglioncino per il
bimbo in lavorazione, di un male al ginocchio che non si
lasciava curare a nessun costo.
Tutto questo mi raccontava la strada. Bastava che me ne
stessi sveglia e perfettamente immobile nel mio letto,
affinché il frusciare delle lenzuola e del cuscino non
mi assordasse coprendo i rumori che salivano dal basso.
Con il favore delle finestre, spartanamente tenute aperte
estate e inverno, afferravo inattesi frammenti di vita,
tanto che si stupivano in famiglia se, pur non avendo il
permesso, noi bambini, di uscire dal giardino se non per
andare a scuola, ogni tanto io sapessi qualcosa su
qualcuno: di una malattia, di un battesimo, di
uneredità, del prezzo delle mele o degli amori
della pettinatrice.
A mezza mattina, tutti i santi giorni se il tempo lo
permetteva, lanziano dirimpettaio usciva dal suo
portone trascinandosi dietro la seggiola sul selciato
era questo il rumore che mi annunciava la sua
comparsa e, con un cappello di paglia ben ficcato
in testa, andava ad addossarla al muro della nostra casa
dove batteva il sole mattutino. Poi, con cautela, si
accomodava inclinando un poco indietro la seggiola di
modo che poggiasse soltanto sui piedi posteriori,
posizione che gli permetteva di stare più comodo.
Staccava regolarmente a mezzogiorno ma già
riemergeva alle due, scegliendo però la parte opposta,
il muro di casa sua scaldato dal sole pomeridiano. No gli
ho mai parlato era vecchissimo e morì quando
avrò avuto otto o nove anni -, ma doveva essere un
po come me, curioso delle persone che passavano e
di ciò che si dicevano. Solo che io dovevo accontentarmi
di affacciarmi alla finestra, mentre lui poteva stare
sulla sua seggiolina in strada e osservare tutto da
vicino.
In certi giorni fissi mi pare al giovedì,
fortunato giorno di vacanza a scuola al brusio
delle donne si univano i richiami dei venditori ambulanti
che si avviavano , lungo la viuzza, verso la piazza. Per
sentire loro non cera bisogno di tendere
lorecchio: gridavano a voce alta per smuovere anche
chi non era ancora uscito di casa. Puina, puina
fresca come el burro , annunciava stentoreo il
pastore sceso dalla malga con, appesi alle spalle, due
cesti in cui stava la ricotta avvolta in uno
strofinaccio.
Poco dopo giungeva il grido del pescivendolo, Sardele,
sardele del lago, lè bele le me sardele!,
misteriosi pescetti dacqua dolce, forse del lago di
Garda, dei quali nostra madre sentenziava sprezzante:
Buoni per il gatto. Passavano anche arrotino
e ombrellaio , ma i loro richiami erano più pragmatici,
meno fantasiosi, limitandosi il primo a gridare due
volte, allingresso della strada, dalla parte della
chiesa, - Moleta! Moleta! e
laltro scandendo regolarmente ogni due o tre passi
Ombreler, ombreler, ombreler con
laccento sulla O, senza smettere neppure quando
fermava il carretto per prendere in consegna da un
cliente un ombrello rotto.
Un sabato sì e un sabato no passava invece il
ferrivecchi seduto sul carro trascinato da un affaticato
cavallo e sentivo arrivare il suo richiamo a ondate molto
prima che infilasse la stradina sotto casa, prima
indistinto, riconoscibile più che altro dalla cantilena,
e poi sempre più chiaro, accompagnato dal trottare
stanco del ronzino. Né al ferrivecchi interessava
soltanto il ferro, bensì ogni sorta di bizzarro
vecchiume: Strasse ossa feri veci pel de cunèl! annunciava
in quello strano francese cantato tutto di seguito, senza
interruzioni, che solo con fatica sono riuscita a
decifrare nel corso degli anni . Misteriosa frase magica,
modulata come un lungo lamento, che risuonava segnando in
modo inconfondibile le mattine del sabato. E quando
infine riuscii a tradurla, lingua nostra e non più
incomprensibile francese (questo idioma avevo, infatti,
deciso che fosse, in quanto anche i genitori parlavano in
francese quando dovevano dirsi cose segrete davanti a noi
bambini) , era finita linfanzia.
Lorrido carro del robivecchi, stracarico di
cianfrusaglie, grandi ossa e schifose pelli di coniglio,
più di una volta lavevo anche visto, non soltanto
sentito, perché indugiava nelle strade finché le madri
uscivano per accompagnare i bambini a scuola. Ma
preferivo di gran lunga soltanto ascoltare la strofa
fatata che aleggiava a mezzaria, annunciando,
meglio delle campane, limminente arrivo della
domenica.
In tempi di vendemmia sentivo altri carri passare per
tutto il giorno. Erano trascinati da buoi e trasportavano
i larghi tini pieni di uva bianca o nera che distinguevo
bene dalla mia finestra, alla quale non potevo fare a
meno di accorrere attratta dallodore di mosto che
si diffondeva nella stradina non appena il traino la
imboccava. A passo lento si avvicinavano i buoi verso le
cantine, e ci volevano quasi dieci minuti perché
percorressero lintera via, tanto che cera
modo di seguirli e osservarli con attenzione. Non come
adesso che, quando passa unauto o una motocicletta,
si ha appena il tempo di affacciarsi per cogliere appena
unimpressione di forma e di colore.
Inconfondibili erano il faticoso cigolio delle ruote
ferrate sul selciato, lo zoccolare multiplo e confuso dei
due buoi e, ogni tanto, qualche loro breve, infastidito
muggito, provocato probabilmente da un colpo di frusta di
troppo. A volte, se il silenzio intorno era grande
succedeva quando gli animali si fermavano per lasciar
cadere le loro larghe boaze -, dallalto
delle stanze si potevano, infatti, sentire il sibilare
delle lunghe ed elastiche fruste di giunco,
particolarmente rabbiose in quei momenti, seguito dallo
schiocco secco sul dorso delle bestie. Di gran lunga
preferivo certi carrettieri di buon cuore, con la frusta
inutilizzata nellapposito supporto, che si
accontentavano di incitare i buoi con un sommesso hìe,
hìe, sussurrato di quando in quando, quasi
con dolcezza.
Mai come in maggio, però, la strada mi si rivelava come
se fosse stata la vita stessa. In parrocchia si diceva il
rosario la sera alle sette, e mentre noi bambini di casa,
sotto la guida della piissima nonna, più o meno di
malavoglia dicevamo il nostro davanti a una statua della
Madonna appositamente trasferita, dalla soffitta dove
passava i restanti mesi, in una nicchia del giroscale, le
mie compagne di scuola avevano il diritto di andare in
chiesa assieme alla schiera dei giovani del paese.
Seguite sì, da madri, zie e nonne, ma a debita distanza
e sempre intente a parlottare dei fatti loro.
Alla sette meno un quarto suonava la campana piccola e
quasi subito la via si riempiva di voci, un fiume di voci
di ragazzi e ragazze avviati, si sarebbe detto, non tanto
a dire Avemarie quanto a far festa. Sempre in quelle sere
stavo alla finestra, protesa allinfuori, ansiosa di
agguantare brandelli di conversazioni che salivano dal
basso. Mai come in quei giorni mi sentivo tagliata fuori,
esclusa dalla vita fatta di discorsi misteriosi, di
segreti racconti, ai quali non ero ammessa a causa
dellorribile ordine rigoroso che regnava nella
nostra casa. Ignorante ero io e separata da
quelleccitante fluire di parole, delle quali pure
sentivo il suono, senza tuttavia riuscire ad afferrarle:
non erano infatti scandite e solitarie come nel silenzio
della prima mattina, ma si accavallavano veloci e
confuse. E se anche fossi riuscita a cogliere luna
o laltra, lo stesso, probabilmente, non ne avrei
capito il senso.
Mezzora dopo il fiume dei ragazzi di nuovo usciva
di chiesa, più affiatati ancora di prima nellaria
fresca e già quasi buia della sera, il che lo
sentivo raddoppiava lemozione. Sciamavano
lungo la stradina avvolti da un allegro rumoreggiare dal
quale ogni tanto si levavano una breve, limpida risata
femminile, unesclamazione improvvisamente nitida o
un tono maschile più alto, più impetuoso e, mi
sembrava, in qualche modo più eccitato. Ma per
mia maggiore delusione già dieci minuti dopo le
voci e lo scalpiccio erano quasi completamente spariti
assieme agli ultimi passanti che adagio giravano
langolo in direzione della piazza, lasciando la mia
strada vuota e silenziosa. Io, però, come chi vuole
vuotare il bicchiere fino allultima goccia, restavo
ancora alla finestra, fino a quando il brusio non era
definitivamente cessato , non udibili nemmeno più gli
echi di coda di quella confusione. Solo allora, a
malincuore, ritornavo alla regola composta e chiusa della
casa.
Con la notte scendeva il silenzio nella strada,
interrotto ancora da qualche furibonda motocicletta che
faceva tremare i vetri e che a lungo si sentiva rombare
lontano nel buio. Passavano, naturalmente, di tanto in
tanto, anche delle auto, ma senza quellardore
scatenato delle moto e, soprattutto, dallalto
sembrava che viaggiassero senza pilota, macchine
semoventi, poco interessanti, dunque, e prive
danima. Gli altri mezzi, i carri, i carretti, le
biciclette e le moto, erano invece ben vivi e animati,
grazie al guidatore che, a piedi o in sella, li
governava, e perciò mi piaceva guardarli dallalto,
finché riuscivo a vederli giù nella via. Dopo, veniva
solo lora degli ubriachi, che cominciava abbastanza
presto, intorno alle dieci e andava avanti più
intensa e festosa nelle notti del sabato, più quieta
nelle altre a volte fino allalba del pistor.
La strada e i suoi rumori mi hanno insegnato il passare
del tempo, forse addirittura un po di storia. Il
panettiere ha abbandonato la bici ed è passato alla
moto, poi è andato in pensione, la messa prima si è
spostata dalle sei alle sette, e di far la spesa giù
nella via non se ne parla più visto che i negozietti
hanno chiuso dopo che un supermercato ha aperto appena
fuori del paese. E rimasto solo il fruttivendolo,
chissà per quanto resisterà ancora, e le altre botteghe
si sono trasformate in agenzia immobiliare, emporio del
telefonino e studio per decorazioni dinterni.
Molto prima che questo succedesse hanno taciuto le voci
degli ambulanti, niente più ricotta, sardine ombrellaio
o arrotino a domicilio, e anche il robivecchi è sparito
nel nulla. Il rosario in chiesa lo dicono ancora ma di
giovani non ci va più nessuno, soltanto le vecchie, che
però non si vestono più da vecchie, di nero con la
crocchia in testa: hanno invece vestiti a fiori, tailleur
colorati e capelli corti, messi in piega e tendenti tutti
allo stesso rossobiondo.
Restano gli ubriachi, ma il loro vociare di solito dura
poco perché vanno via in macchina, più silenziosi ma
più pericolosi. E niente più carri, naturalmente, con
le ruote che cigolano lentamente sul selciato e niente
buoi che muggiscono per il dispetto della frusta.
Soltanto auto che sfrecciano senza posa, ogni tanto
qualche trattore e molti centauri che più riescono a far
rombare le loro moto e più sembrano soddisfatti.
Io sto ancora sveglia di notte, con le finestre aperte, e
quando è passata lultima macchina, quando è
partito lultimo ubriaco, mi piace ascoltare il
profondo respiro della notte che, come vapore, sale denso
dalla strada.
|
|