Valpolicellese onorario
 
   
 

Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista del Corriere, è nata a Rovereto. In questo racconto pubblicato recentemente c'è un'aria che ho avvertito come molto familiare. L'ombreler da noi era l'ombrelar e le Strasse ossa da noi erano Strasse ossi; però l'aria la riconosco. Gli attuali trentenni lo prenderanno come un racconto ben fatto. I bi-trentenni riconosceranno invece con facilità una fetta della loro vita. Nessun rimpianto. Una sana emozione, quella sì.

Alla giornalista del Corriere un complimento sentito. Quando in Valpolicella ci sarà un organo delegato ad assegnare la cittadinanza onoraria, la proporrò per prima.
E ancora grazie.


(Le Prunee, Sant'Ambrogio)

Tema: STRADE

 
   

Via della Chiesa n. 5


Il primo rumore che saliva la mattina dalla stretta stradina sotto casa e che dal letto della mia stanza sentivo perfettamente nitido era la bici del panettiere la cui dinamo ronzava al ritmo delle pedalate per far luce nel buio della prima alba: l’ora, per lui, di avviarsi al lavoro. Sua figlia era in classe con me, la mia migliore amica, e sapevo che di giorno in casa sua bisognava parlare piano, perché il papà dormiva. Qualche volta lo incrociavo, con il vestito infarinato e infarinati i capelli, oppure in pigiama, a ore strane, quando gli altri erano tutti vestiti.


Era dunque il pistor che rompeva la quiete della strada; vita che tornava dopo la sia pur breve morte della notte: breve perché avevano da poco finito di vociare – o cantare – gli ubriachi del paese che, dopo la chiusura dell’osteria della piazza, ondeggiavano verso casa cercando appoggio lungo i muri; lo sapevo, perché qualche volta mi ero alzata a guadare. Puttane e madonne, vociavano, e anche altre bestemmie che ascoltavo spaventata e immobile nel letto. Ma quelli erano rumori che appartenevano, nel mio arbitrario conteggio personale, ancora al giorno prima, roba vecchia, serale, insomma, non mattutina, non nuova come la dinamo ronzante del panettiere.
Poi in genere più nulla fino all’ora della messa prima, intorno alle sei, quando la strada si animava di voci femminili, non ancora allegre come quelle dell’ora della spesa, piuttosto mormorii da chiesa, come di chi dicesse sommessamente le orazioni oppure sussurrasse per paura di farsi sentire, chissà, da me che lassù al secondo piano stavo sveglia con le orecchie tese. Mi consolava quel bisbigliare di anime pie, d’estate come d’inverno, mi dava sicurezza e quiete; e sapevo che se mi fossi affacciata alla finestra socchiusa le avrei viste andare, le brave vecchie, sole oppure due a due, svelte verso la parrocchia, vestite di nero e con i capelli a crocchia fermati da una miriade di forcine.


Niente uomini perché, questo già lo sapevo, la chiesa non li riguardava più di tanto. Eventualmente ci andavano la domenica e mai, comunque, a messa prima. L’unico maschio sempre presente a tutte le cerimonie era il sagrestano, ma poiché sopra i pantaloni portava la tonaca nera dei preti, non era certo cosa fosse veramente; e non a caso, sebbene fosse marito e padre, lo chiamavano el monek. Sentivo dunque le voci delle pie donne, ma quasi mai i passi perché portavano certe morbide pantofole alte, di feltro marrone, chiuse da una zip, con suole di gomma che sfioravano silenziose il selciato della stradina. Le stesse che il giorno dopo Santa Lucia sfoggiavano, in più piccolo, anche le mie compagne di classe, ragion per cui le ho invidiate per anni, dal momento che a me la santa non le portò mai, benché le avessi desiderate spasmodicamente per anni.


A volte alla scura schiera delle vecchine si mescolava qualche donna meno anziana, ma non era dalla voce – forse più netta e più squillante - che la riconoscevo, bensì dai tacchi che sui cubetti di porfido risuonavano perentori. E, a seconda del loro ritmo – nervoso ticchettio, incerto strascicare o regolare, ordinato calpestio -, mi pareva di poter indovinare il carattere e l’umore della padrona di quelle scarpe.


All’uscita della chiesa parlavano già tutte con tono più alto tanto che sentivo brandelli di frasi arrivare fin su; e poco dopo le loro conversazioni si mescolavano a quelle delle donne più giovani e meno mattiniere uscite per andare a fare la spesa. Richiami, saluti, parole, risate. Esclamazioni salivano squillanti, confondendosi tra loro, in gara a superarsi. Regolarmente, c’era una voce che, per intensità, altezza o forza, si distingueva dalle altre, esattamente come nel coro della chiesa sempre una si fa notare per il tono ostinatamente acuto – oppure chioccio, o stridulo o anche stonato – del suo canto. E in tutte le stagioni la voce solista ragionava del freddo perdurante della stagione, del prezzo scandalosamente alto dei pomi o delle carote, di un maglioncino per il bimbo in lavorazione, di un male al ginocchio che non si lasciava curare a nessun costo.


Tutto questo mi raccontava la strada. Bastava che me ne stessi sveglia e perfettamente immobile nel mio letto, affinché il frusciare delle lenzuola e del cuscino non mi assordasse coprendo i rumori che salivano dal basso. Con il favore delle finestre, spartanamente tenute aperte estate e inverno, afferravo inattesi frammenti di vita, tanto che si stupivano in famiglia se, pur non avendo il permesso, noi bambini, di uscire dal giardino se non per andare a scuola, ogni tanto io sapessi qualcosa su qualcuno: di una malattia, di un battesimo, di un’eredità, del prezzo delle mele o degli amori della pettinatrice.


A mezza mattina, tutti i santi giorni se il tempo lo permetteva, l’anziano dirimpettaio usciva dal suo portone trascinandosi dietro la seggiola sul selciato – era questo il rumore che mi annunciava la sua comparsa – e, con un cappello di paglia ben ficcato in testa, andava ad addossarla al muro della nostra casa dove batteva il sole mattutino. Poi, con cautela, si accomodava inclinando un poco indietro la seggiola di modo che poggiasse soltanto sui piedi posteriori, posizione che gli permetteva di stare più comodo.
“Staccava” regolarmente a mezzogiorno ma già riemergeva alle due, scegliendo però la parte opposta, il muro di casa sua scaldato dal sole pomeridiano. No gli ho mai parlato – era vecchissimo e morì quando avrò avuto otto o nove anni -, ma doveva essere un po’ come me, curioso delle persone che passavano e di ciò che si dicevano. Solo che io dovevo accontentarmi di affacciarmi alla finestra, mentre lui poteva stare sulla sua seggiolina in strada e osservare tutto da vicino.


In certi giorni fissi – mi pare al giovedì, fortunato giorno di vacanza a scuola – al brusio delle donne si univano i richiami dei venditori ambulanti che si avviavano , lungo la viuzza, verso la piazza. Per sentire loro non c’era bisogno di tendere l’orecchio: gridavano a voce alta per smuovere anche chi non era ancora uscito di casa. “Puina, puina fresca come el burro” , annunciava stentoreo il pastore sceso dalla malga con, appesi alle spalle, due cesti in cui stava la ricotta avvolta in uno strofinaccio.
Poco dopo giungeva il grido del pescivendolo, “Sardele, sardele del lago, l’è bele le me sardele!”, misteriosi pescetti d’acqua dolce, forse del lago di Garda, dei quali nostra madre sentenziava sprezzante: “Buoni per il gatto”. Passavano anche arrotino e ombrellaio , ma i loro richiami erano più pragmatici, meno fantasiosi, limitandosi il primo a gridare due volte, all’ingresso della strada, dalla parte della chiesa, - “Moleta! Moleta! “ – e l’altro scandendo regolarmente ogni due o tre passi “Ombreler, ombreler, ombreler” con l’accento sulla O, senza smettere neppure quando fermava il carretto per prendere in consegna da un cliente un ombrello rotto.


Un sabato sì e un sabato no passava invece il ferrivecchi seduto sul carro trascinato da un affaticato cavallo e sentivo arrivare il suo richiamo a ondate molto prima che infilasse la stradina sotto casa, prima indistinto, riconoscibile più che altro dalla cantilena, e poi sempre più chiaro, accompagnato dal trottare stanco del ronzino. Né al ferrivecchi interessava soltanto il ferro, bensì ogni sorta di bizzarro vecchiume: “Strasse ossa feri veci pel de cunèl!” annunciava in quello strano francese cantato tutto di seguito, senza interruzioni, che solo con fatica sono riuscita a decifrare nel corso degli anni . Misteriosa frase magica, modulata come un lungo lamento, che risuonava segnando in modo inconfondibile le mattine del sabato. E quando infine riuscii a tradurla, lingua nostra e non più incomprensibile francese (questo idioma avevo, infatti, deciso che fosse, in quanto anche i genitori parlavano in francese quando dovevano dirsi cose segrete davanti a noi bambini) , era finita l’infanzia.
L’orrido carro del robivecchi, stracarico di cianfrusaglie, grandi ossa e schifose pelli di coniglio, più di una volta l’avevo anche visto, non soltanto sentito, perché indugiava nelle strade finché le madri uscivano per accompagnare i bambini a scuola. Ma preferivo di gran lunga soltanto ascoltare la strofa fatata che aleggiava a mezz’aria, annunciando, meglio delle campane, l’imminente arrivo della domenica.


In tempi di vendemmia sentivo altri carri passare per tutto il giorno. Erano trascinati da buoi e trasportavano i larghi tini pieni di uva bianca o nera che distinguevo bene dalla mia finestra, alla quale non potevo fare a meno di accorrere attratta dall’odore di mosto che si diffondeva nella stradina non appena il traino la imboccava. A passo lento si avvicinavano i buoi verso le cantine, e ci volevano quasi dieci minuti perché percorressero l’intera via, tanto che c’era modo di seguirli e osservarli con attenzione. Non come adesso che, quando passa un’auto o una motocicletta, si ha appena il tempo di affacciarsi per cogliere appena un’impressione di forma e di colore.
Inconfondibili erano il faticoso cigolio delle ruote ferrate sul selciato, lo zoccolare multiplo e confuso dei due buoi e, ogni tanto, qualche loro breve, infastidito muggito, provocato probabilmente da un colpo di frusta di troppo. A volte, se il silenzio intorno era grande – succedeva quando gli animali si fermavano per lasciar cadere le loro larghe boaze -, dall’alto delle stanze si potevano, infatti, sentire il sibilare delle lunghe ed elastiche fruste di giunco, particolarmente rabbiose in quei momenti, seguito dallo schiocco secco sul dorso delle bestie. Di gran lunga preferivo certi carrettieri di buon cuore, con la frusta inutilizzata nell’apposito supporto, che si accontentavano di incitare i buoi con un sommesso “hìe, hìe”, sussurrato di quando in quando, quasi con dolcezza.


Mai come in maggio, però, la strada mi si rivelava come se fosse stata la vita stessa. In parrocchia si diceva il rosario la sera alle sette, e mentre noi bambini di casa, sotto la guida della piissima nonna, più o meno di malavoglia dicevamo il nostro davanti a una statua della Madonna appositamente trasferita, dalla soffitta dove passava i restanti mesi, in una nicchia del giroscale, le mie compagne di scuola avevano il diritto di andare in chiesa assieme alla schiera dei giovani del paese. Seguite sì, da madri, zie e nonne, ma a debita distanza e sempre intente a parlottare dei fatti loro.


Alla sette meno un quarto suonava la campana piccola e quasi subito la via si riempiva di voci, un fiume di voci di ragazzi e ragazze avviati, si sarebbe detto, non tanto a dire Avemarie quanto a far festa. Sempre in quelle sere stavo alla finestra, protesa all’infuori, ansiosa di agguantare brandelli di conversazioni che salivano dal basso. Mai come in quei giorni mi sentivo tagliata fuori, esclusa dalla vita fatta di discorsi misteriosi, di segreti racconti, ai quali non ero ammessa a causa dell’orribile ordine rigoroso che regnava nella nostra casa. Ignorante ero io e separata da quell’eccitante fluire di parole, delle quali pure sentivo il suono, senza tuttavia riuscire ad afferrarle: non erano infatti scandite e solitarie come nel silenzio della prima mattina, ma si accavallavano veloci e confuse. E se anche fossi riuscita a cogliere l’una o l’altra, lo stesso, probabilmente, non ne avrei capito il senso.


Mezz’ora dopo il fiume dei ragazzi di nuovo usciva di chiesa, più affiatati ancora di prima nell’aria fresca e già quasi buia della sera, il che – lo sentivo – raddoppiava l’emozione. Sciamavano lungo la stradina avvolti da un allegro rumoreggiare dal quale ogni tanto si levavano una breve, limpida risata femminile, un’esclamazione improvvisamente nitida o un tono maschile più alto, più impetuoso e, mi sembrava, in qualche modo più eccitato. Ma – per mia maggiore delusione – già dieci minuti dopo le voci e lo scalpiccio erano quasi completamente spariti assieme agli ultimi passanti che adagio giravano l’angolo in direzione della piazza, lasciando la mia strada vuota e silenziosa. Io, però, come chi vuole vuotare il bicchiere fino all’ultima goccia, restavo ancora alla finestra, fino a quando il brusio non era definitivamente cessato , non udibili nemmeno più gli echi di coda di quella confusione. Solo allora, a malincuore, ritornavo alla regola composta e chiusa della casa.


Con la notte scendeva il silenzio nella strada, interrotto ancora da qualche furibonda motocicletta che faceva tremare i vetri e che a lungo si sentiva rombare lontano nel buio. Passavano, naturalmente, di tanto in tanto, anche delle auto, ma senza quell’ardore scatenato delle moto e, soprattutto, dall’alto sembrava che viaggiassero senza pilota, macchine semoventi, poco interessanti, dunque, e prive d’anima. Gli altri mezzi, i carri, i carretti, le biciclette e le moto, erano invece ben vivi e animati, grazie al guidatore che, a piedi o in sella, li governava, e perciò mi piaceva guardarli dall’alto, finché riuscivo a vederli giù nella via. Dopo, veniva solo l’ora degli ubriachi, che cominciava abbastanza presto, intorno alle dieci e andava avanti – più intensa e festosa nelle notti del sabato, più quieta nelle altre – a volte fino all’alba del pistor.

La strada e i suoi rumori mi hanno insegnato il passare del tempo, forse addirittura un po’ di storia. Il panettiere ha abbandonato la bici ed è passato alla moto, poi è andato in pensione, la messa prima si è spostata dalle sei alle sette, e di far la spesa giù nella via non se ne parla più visto che i negozietti hanno chiuso dopo che un supermercato ha aperto appena fuori del paese. E’ rimasto solo il fruttivendolo, chissà per quanto resisterà ancora, e le altre botteghe si sono trasformate in agenzia immobiliare, emporio del telefonino e studio per decorazioni d’interni.


Molto prima che questo succedesse hanno taciuto le voci degli ambulanti, niente più ricotta, sardine ombrellaio o arrotino a domicilio, e anche il robivecchi è sparito nel nulla. Il rosario in chiesa lo dicono ancora ma di giovani non ci va più nessuno, soltanto le vecchie, che però non si vestono più da vecchie, di nero con la crocchia in testa: hanno invece vestiti a fiori, tailleur colorati e capelli corti, messi in piega e tendenti tutti allo stesso rossobiondo.
Restano gli ubriachi, ma il loro vociare di solito dura poco perché vanno via in macchina, più silenziosi ma più pericolosi. E niente più carri, naturalmente, con le ruote che cigolano lentamente sul selciato e niente buoi che muggiscono per il dispetto della frusta. Soltanto auto che sfrecciano senza posa, ogni tanto qualche trattore e molti centauri che più riescono a far rombare le loro moto e più sembrano soddisfatti.


Io sto ancora sveglia di notte, con le finestre aperte, e quando è passata l’ultima macchina, quando è partito l’ultimo ubriaco, mi piace ascoltare il profondo respiro della notte che, come vapore, sale denso dalla strada.


 
       
     
       
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