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Sono i ragazzi del No-B Day tenutosi a
Roma ieri 5 dicembre. Giovani, giovani, una marea di
giovani. Dai (forza ragazzi, non si può) ragazzi, oltre
a Berlusconi cacciate a casa tutte quelle facce che ci
ritroviamo davanti da oltre trent'anni. Rifondate la
Costituzione: un politico a 50 anni SE NE DEVE ANDARE IN
PENSIONE !!! Che cosa volete che venga di nuovo da vecchi
rincoglioniti che pensano esclusivamente ai loro
privilegi. A casa tutti, cancellate i partiti, stabilite
che nessun politico può restare in carica più di 5
anni. Aria nuova ragazzi. Internet è il nuovo cannone
che avete a disposizione. Usatelo !!!
«Too much viagra drives you
crazy»
c'era scritto su uno striscione a
Sydney dove un gruppo di giovani ha manifastato davanti
all'ambasciata italiana, sempre in occasione del No-B
Day.
CURZIO MALTESE oggi scrive su Repubblica
La
rivoluzione giovane
e gli errori del Pd
"Siamo il più bel corteo degli ultimi 150
anni". Uno slogan ironico, ma neppure tanto. Per
usare altre parole del nemico della piazza, quello di
ieri è stato un miracolo italiano. Quando sarà finita
l'era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come
di un giorno che ha cambiato la storia.
Nel mondo non s'era mai vista una simile folla di persone
convocata attraverso la rete. E' l'ingresso ufficiale
della politica nell'epoca di Internet. Qualcosa che va
perfino oltre, anzi molto oltre l'obiettivo dichiarato di
costringere il premier alle dimissioni. E' una
rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente:
nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso
di giovanissimi. Non era accaduto a Londra, a Parigi, a
Berlino, in nazioni dove l'uso della rete è assai più
diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da
anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il
fenomeno di Obama. E' accaduto qui, nel laboratorio
italiano, in una piazza romana da sempre teatro della
nostra storia. In questo caso, la fine decretata della
seconda repubblica.
Di fronte all'enormità del fatto nuovo, colpisce la
decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente
nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di
tutto il ceto politico, di maggioranza e d'opposizione. I
portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella
solita arringa contro le "piazze
giustizialiste", aggettivo che non significa nulla
per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della
dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le
precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella
società italiana. Ma pure la corsa a "mettere il
cappello" dei dipietristi e dell'ex sinistra
arcobaleno, comunque mantenuti dagli organizzatori ai
margini del palco e della festa.
Fra tutti, certo, il più incomprensibile è
l'atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo,
almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente,
inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe
dunque in teoria tutto l'interesse a sperimentare le
nuove forme della politica, a esserci insomma in
occasioni come queste, piovute dal cielo. "Perché
Bersani non è qui?" era la domanda del giorno, sul
palco e fra la gente. Già, perché? C'era una grande
manifestazione di popolo, a costo zero rispetto alle
onerose manifestazioni di partito. C'erano in piazza
l'elettorato reale e quello potenziale dei democratici.
Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato
l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le
sua storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei
dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per
sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati
come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi
che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti
in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni
di un governante. Perché allora Bersani non c'era?
Perché il maggior partito d'opposizione ha addirittura
paura a pronunciare la parola "dimissioni"?
Perché invece di abbracciare gli organizzatori, a
partire da Gianfranco Mascia, e precipitarsi di corsa, i
dirigenti del Pd esalano sospetti, perfino disgusti nei
confronti dell'onda viola? Sarebbe come se Barack Obama,
invece di accettare con entusiasmo l'appoggio di MoveOn,
che gli ha fatto vincere le elezioni, avesse detto: no
grazie, preferisco fare da solo.
"Un errore grave, di quelli che si pagano cari"
diceva Pippo Civati, trentenne esponente del Pd, che è
venuto con regolare maglione viole, sulla base di una
scelta assai più semplice: "Venivano tutti gli
elettori con cui sono in contatto, perché io avrei
dovuto essere da un'altra parte?".
Passeggiare per le strade di Roma ieri, a parte tutto,
era un esercizio utilissimo per un politico. Le facce, le
storie dei partecipanti raccontavano un'Italia che non
comparirà mai al Tg1 ma opera ogni giorno nel famoso
territorio. Associazioni di ogni tipo, che hanno
movimentato già sulla rete decine di battaglie locali e
nazionali, sulla Tav, il Ponte di Messina, il precariato,
la scuola. Volontari, lavoratori, ceti medi, centri
sociali ed elettori di destra delusi, gente del Nord, del
Sud, immigrati: bella gente. Più giovani di quanti ne
compaiano di solito nei cortei, quasi soltanto ventenni o
cinquantenni, col buco in mezzo delle generazioni
cresciuti negli ultimi decenni di egemonia televisiva.
Tanti pezzi di un'Italia non qualunquista, non
rassegnata, che non sta mani nelle mani tutto il giorno a
chiedersi "che cosa possiamo fare?" o a
lagnarsi della casta dei politici. Domani non torneranno
a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola
non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni
di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi,
con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia
decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a
palazzo.

domenica 6 dicembre 2009
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