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I primi jeans arrivarono a Verona verso la
fine degli anni '50. Si compravano in una botteghetta
vicino a Ponte Nuovo dove erano impilati come tanti
baccalà. La prima marca che ricordo era la RIFLE e già
lì sorgevano i primi dubbi per la pronuncia corretta.
Entrarci dentro per provarli era una mezza avventura. Una
volta dentro, ti sembrava di avere le gambe avvolte dalla
lamiera. Per la chiusura della cerniera (specie per le
ragazze che li volevano molto attillati) si assisteva a
scene apocalittiche. L' "indossatrice" era
distesa per terra e due sue amiche erano impegnate
nell'ardua manovra di tirare su la cerniera. Tutte
ovviamente in apnea.
Il preside Aldo Pasoli non mi fece entrare per ben due
volte al Maffei per "abbigliamento poco confacente
al luogo". I jeans nuovi si vedevano lontano un
miglio. Solo dopo una decina di lavaggi (con bollitura)
incominciavano ad avere qualche parvenza da jeans
vissuti. Chi li aveva comprati per primo, dopo un paio
d'anni poteva incominciare ad "esibirli".
Quando dal blu cupo viravano verso l'azzurro e si
ammorbidivano, il risultato era quasi raggiunto.
Poi ... da pantaloni si trasformarono in totem, in
emblema, in status symbol. Arrivarono i grandi nomi della
moda, arrivarono le pratiche per scolorirli
industrialmente. Entrati anche i jeans nella logica del
bello subito, ecco che arrivano le delocalizzazioni: a
produrli e scolorirli saranno i Turchi, gli Egiziani, i
Pakistani, i Messicani. Questo (che non esito a definire
neo-colonialismo) ha portato a far ammalare di silicosi
gli operai addetti alla sabbiatura.
Adesso, finalmente qualcuno corre ai ripari. Chissà che
possano ritornare quelle adorate "stecche di
baccalà".
Il FattoQuotidiano 23/07/2011
Versace
dice no alla sabbiatura
I jeans vissuti uccidono i lavoratori
L'azienda cede alle pressioni della campagna Abiti puliti
e del "popolo" di Facebook. La lavorazione a
spruzzo per invecchiare il tessuto provoca la silicosi.
In Turchia accertati 46 morti, ma gli operai a rischio
nel mondo sono migliaia. Anche in Italia.
Anche Versace rinuncia alla sabbiatura dei
jeans, dopo le pressioni della campagna Abiti puliti, che
denuncia gli effetti deleteri di questa procedura sulla
salute dei lavoratori. La sabbiatura, o sandblasting,
è davvero una pratica paraddossale: per far sembrare
vecchi e consunti dei pantaloni nuovi e immacolati, i
grandi marchi dellabbigliamento espongono gli
operai al rischio di ammalarsi di silicosi, la tipica
patologia dei minatori. Per dare al tessuto denim
leffetto stinto e vissuto, la sabbia viene
spruzzata sui pantaloni con compressori a mano.
Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove ormai è
delocalizzata gran parte della produzione, questo avviene
senza le necessarie precauzioni, dalle mascherine agli
impianti di areazione sufficientemente potenti da pompare
fuori la polvere di silicio (scarica il dossier
Vittime della moda, realizzato da Fair). In
Italia, almeno in teoria, le misure di sicurezza sono
maggiori, anche se non si può avere la certezza che
siano sempre rispettate. Lattività di
sabbiatura dei jeans è particolarmente esposta al
rischio silicotigeno, conferma uno studio
dellInail sulle aziende tessili della provincia di
Pesaro-Urbino, la Jeans Valley italiana.
Abiti Puliti è larticolazione italiana della Clean
Clothes Camapaign, attiva in 15 paesi europei e,
soprattutto, in contatto con circa 250 associazioni che
lavorano nei paesi caldi della delocalizzazione, dal
Sudamerica al Sudest asiatico. Versace è finita nel
mirino nel 2010 e nei giorni scorsi aveva dovuto
disattivare gli interventi nella pagina Facebook
aziendale per i troppi post di protesta sul sandblasting.
Il 20 luglio la grande casa di moda ha deciso di cedere
alla pressione e di diffondere un comunicato ufficiale: In
seguito a una verifica, che ha confermato che nessun
fornitore utilizza la tecnica di sabbiatira del jeans,
Versace ha deciso di agire in modo ancora più proattivo,
unendosi ai leader del settore che sostengono
leliminazione della sabbiatura come pratica di
lavorazione.
Tra i marchi che invece la utilizzavano e ora vi hanno
rinunciato ci sono Levis e H&M,
e tra i sottoscrittori dellappello di Abiti puliti
figurano marchi blasonati come Benetton,
Burberry, Carrera Jeans, Esprit, Gucci, Replay e
altri.
Si sono invece negati a ogni dialogo,
secondo i promotori della campagna, Armani, Dolce e Gabbana, Roberto Cavalli.
Resta comunque la nota dolente dei controlli,
commenta Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale di
Abiti puliti. Non è possibile avere la garanzia al
cento per cento che gli impegni siano rispettati da
tutti. Le verifiche vanno fatte nellarco di un anno
e più, ma la nostra forza sta nella fitta rete di
corrispondenti nei paesi produttori, che ci segnalano i
problemi e danno voce a lavoratori che altrimenti nessuno
ascolterebbe. Anzi, che nemmeno avrebbero la possibilità
di parlare.
La silicosi
provocata dalla sabbiatura dei jeans è stata
diagnosticata a un lavoratore per la prima volta nel 2005
in Turchia. Le associazioni locali affermano di aver
censito 46 decessi, ma la platea degli esposti al rischio
sarebbe di 8-10 mila persone. Cina, Bangladesh, Pakistan,
Messico ed Egitto sono i paesi dove la lavorazione
contestata è più diffusa.
domenica 24 luglio 2011
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