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(Sono passato in
questi giorni nel nuovo quartiere "Le Golosine"
di San Vito di Negrar, lì dove è sorto il nuovo Hotel
omonimo. Poi ho letto la citazione di Montanelli. Ho
capito quali sono gli epiteti che meritano coloro che
hanno governato questa nostra Valpolicella)
UN PAESE DA SALVARE: I 45 SITI UNESCO IN
ITALIA
Se
l'Italia distrugge la Bellezza
In «Vandali» Rizzo e Stella raccontano
come e perché l'Italia stia distruggendo la sua unica
ricchezza: l'arte
Non abbiamo il petrolio, noi. Non abbiamo il gas, non
abbiamo l'oro, non abbiamo i diamanti, non abbiamo le
terre rare, non abbiamo le sconfinate distese di campi di
grano del Canada o i pascoli della pampa argentina.
Abbiamo una sola, grande, persino immeritata ricchezza:
la bellezza dei nostri paesaggi, la bellezza dei nostri
siti archeologici, la bellezza dei nostri borghi
medievali, la bellezza delle nostre residenze patrizie,
la bellezza dei nostri musei, la bellezza delle nostre
città d'arte.
E ce ne vantiamo. Ce ne vantiamo sempre. Fino a fare
addirittura la parte dei «ganassa» («Abbiamo il 40%
dei capolavori planetari!», «No, il 50%!», «No, il
60%!») giocando a chi la spara più grossa. Primato che,
per quanto ne sappiamo, spetta all'unica «rossa» che
piace al Cavaliere, la ministra del Turismo Michela
Vittoria Brambilla. Che nel portale in cinese con il logo
«Ministro del Turismo» lancia un messaggio al popolo
dell'Impero di mezzo e sostiene non solo che «le grandi
marche di moda sono italiane» e «tutti i tifosi del
mondo seguono il campionato di serie A italiano» ma
anche che l'Italia «possiede il 70% del patrimonio
culturale mondiale». Bum! E il Machu Picchu, i templi di
Angkor, le piramidi, Santa Sofia e il Topkapi a Istanbul,
il Prado, San Pietroburgo, la Torre di Londra, la
cittadella di Atene, i castelli della Loira, Granada, la
città proibita di Pechino, il Louvre, la thailandese
Sukothai, il Taj Mahal, il Cremlino, l'esercito di
terracotta di Xi'an, Petra, Sana'a e tutto il resto del
pianeta? Si spartiscono gli avanzi.
Un'intervista di Marcello di Falco all'allora ministro
del Turismo Egidio Ariosto sul Giornale ci ricorda che
nel maggio 1979 l'Italia era «il secondo Paese del mondo
per attrezzatura ricettiva, il primo per presenze estere,
il primo per incassi turistici, il primo per saldo
valutario». Tre decenni più tardi siamo scivolati al
quinto posto. E la classifica per la «competitività»
turistica, che tiene conto di tante cose che richiamano,
scoraggiano o irritano i visitatori (non aiutano ad
esempio le notizie su «1 spaghetto aragosta: 366 euro»
al ristorante La Scogliera alla Maddalena) ci vede
addirittura al ventottesimo posto.
Certo, è verissimo che abbiamo la fortuna di avere
ereditato dai nostri nonni più siti Unesco di tutti. Ne
abbiamo 45 contro 42 della Spagna, 40 della Cina, 35
della Francia, 33 della Germania, 28 del Regno Unito, 21
degli Stati Uniti. Ma questa è un'aggravante, che
inchioda i nostri governanti, del passato e del presente,
alle loro responsabilità. Al loro fallimento. Spiega
infatti un dossier del dicembre 2010 di Pwc
(Pricewaterhouse Coopers, la più grossa società di
analisi del mondo per volume d'affari) che lo
sfruttamento turistico dei nostri siti Unesco è
nettamente inferiore a quello degli altri. Fatta 100
l'Italia, la Cina sta a 270, la Francia a 190, la
Germania a 184, il Regno Unito a 180, il Brasile e la
Spagna a 130. Umiliante.
E suicida. Non abbiamo molte altre carte da giocare. Ce
lo dicono i dati del Fondo monetario internazionale e il
confronto con le nuove grandi potenze. Dal 1994 a oggi,
in quella che per noi è stata la Seconda Repubblica,
mentre il nostro Pil cresceva di 1,9 volte in valuta
corrente, inflazione compresa, quello brasiliano si
moltiplicava per 3,6 volte, quello indiano per 4,9 volte,
quello cinese addirittura di 11,5 volte (...).
Alla fine di gennaio del 2011 Giampaolo Visetti scriveva
sulla Repubblica che «sarà il turista cinese ad
alimentare la crescita dei viaggi a lungo raggio ed entro
il 2015 diventerà il padrone assoluto dei pacchetti
organizzati e dello shopping di lusso in Europa. Il
rapporto annuale dell'Accademia cinese del turismo
prevede che nell'anno in corso trascorreranno le ferie
all'estero 57 milioni di cinesi (...) e il Piano
turistico nazionale calcola che entro il 2015 si
recheranno all'estero tra i 100 e i 130 milioni di
persone, arrivando a spendere oltre 110 miliardi di
euro» (...).
Peccato che non ci capiscano. L'Italia, agli occhi di
Pechino, rappresenta un incomprensibile caso a sé. Dieci
anni fa era la meta preferita dei pionieri dei viaggi in
Europa. I cinesi amano il mito dello «stile di vita»,
il clima mediterraneo, la passata potenza imperiale e
culturale, la moda e il lusso, la natura, la varietà
gastronomica che esalta la qualità dei vini. «Eravate
il punto di partenza ideale» dice Zhu Shanzhong,
vicecapo dell'Ufficio nazionale del turismo cinese «per
un tour europeo. Poi ci avete un pochino trascurati». Al
punto che «la promozione turistica dell'Italia in Cina
è inferiore a quella dei Paesi Bassi». Una follia.
Ma per capire la fondatezza dell'accusa basta farsi un
giro sul portale turistico aperto dal governo italiano in
cinese, www.yidalinihao.com. Costato un occhio della
testa e messo su con una sciatteria suicida che grida
vendetta. Per cominciare, le quattro grandi foto di
copertina che riassumono l'Italia mostrano una Ferrari,
una moto Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto
di Parma. In mezzo: Bologna. Con tanto di freccette sulla
mappa che ricordano la sua centralità rispetto a Roma,
Milano, Venezia e Firenze. Oddio: hanno sbagliato
capitale? No, come ha scoperto il Fatto Quotidiano, è
solo un copia-incolla dal sito cinese della Regione
Emilia-Romagna aimiliyaluomaniehuanyingni.com (...).
Ma ancora più stupefacenti sono i video che illustrano
le nostre venti regioni. Dove non solo non c'è un testo
in cinese (forse costava troppo: i milioni di euro erano
finiti...) ma ogni filmato è accompagnato da un
sottofondo musicale. Clicchiamo il Veneto? Ecco il ponte
di Rialto, le gondole, il Canal Grande, le maschere, i
vetrai di Murano... E la musica? Sarà di Antonio Vivaldi
o Baldassarre Galuppi, Tomaso Albinoni o Benedetto
Marcello, Pier Francesco Cavalli o Giuseppe Tartini? Sono
talmente tanti i grandi compositori veneziani del
passato... Macché: la Carmen del francese Georges Bizet
rivista dal russo Alfred Schnittke! La musica
dell'Umbria? Del polacco Fryderyk Chopin. Quella della
Campania? Del norvegese Edvard Grieg. Quella del Lazio?
Dell'austriaco Wolfgang Amadeus Mozart. Quella
dell'Abruzzo? Dell'inglese Edward Elgar. E via così:
tutti ma proprio tutti i video che dovrebbero far
conoscere l'Italia ai cinesi, fatta eccezione per quello
della Basilicata dove la colonna sonora è del toscano
Luigi Boccherini, sono accompagnati dalle note di
musicisti stranieri. Amatissimi, ma stranieri (...).
Il guaio è che da molto tempo immaginiamo che tutto ci
sia dovuto. Che gli stranieri, per mangiar bene, bere
bene, dormire bene, fare dei bei bagni e vedere delle
belle città, non abbiano altra scelta che venire qui, da
noi. Che cortesemente acconsentiamo a intascare i loro
soldi, quanti più è possibile, concedendo loro qualche
spizzico del dolce vivere italiano. Peggio: siamo
convinti che questi nostri tesori siano lì, in
cassaforte. Destinati a risplendere per l'eternità senza
avere alcun bisogno di protezione. Di cura. Di amore. Non
è così (...).
Spiega uno studio dell'Associazione europea cementieri
che l'Austria nel 2004 ha prodotto 4 milioni di
tonnellate di cemento, il Benelux 11, la Gran Bretagna
12, la Francia 21 e mezzo, la Germania 33 e mezzo, la
Scandinavia meno di 36 e noi 46,05, battuti di un soffio
solo dalla Spagna. Solo che la Spagna ha 90,6 abitanti
per chilometro quadrato, noi 199,3: più del doppio.
Insomma, di territorio ne abbiamo già consumato troppo
(...).
Pochi
mesi prima di morire, rispondendo a un lettore che gli
chiedeva aiuto per salvare la riviera ligure, Indro
Montanelli maledì sul Corriere questo nostro Paese che
tanto aveva amato. E scrisse che le ruspe sono sempre in
agguato per «dare sfogo all'unica vera vocazione di
questo nostro popolo di cialtroni che non vedono di là
dal proprio naso: l'autodistruzione» (...).
Diamo qualche flash sullo spreco. Le gallerie della Tate
Britain hanno «fatturato» nell'ultimo anno fiscale 76,2
milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle
casse con i biglietti di tutti i musei e i siti
archeologici statali italiani messi insieme. Il
merchandising ha reso nel 2009 al Metropolitan Museum
quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi
di tutti i musei e i siti archeologici della penisola,
fermi a 39,7. Ristorante, parcheggio e auditorium dello
stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7
milioni di euro, tre in più di tutte le entrate di
Pompei, il nostro gioiello archeologico. Dove i «servizi
aggiuntivi» sono stati pari a 46 centesimi per
visitatore: un ottavo che agli Uffizi, un quindicesimo
che alla Tate, un ventisettesimo che al Metropolitan, un
quarantesimo che al MoMa, il Museum of Modern Art. Un
disastro. Per non dire di come custodiamo le nostre
ricchezze (...).
Dice l'Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della
droga e la prevenzione del crimine di Vienna che quello
delle opere d'arte trafugate è il terzo business
mondiale del crimine dopo i traffici di droga e di armi.
Eppure tra i 69.000 detenuti nelle carceri italiane
all'inizio del 2011 neanche uno era in cella per avere
scavato una tomba etrusca, rubato un quadro o trattato la
vendita di un vaso antico a un ricettatore straniero. Se
sei ricercato per «tentato furto di una mucca», come
capitò all'albanese Florian Placu, puoi restare sei mesi
a San Vittore. Se cerchi di vendere all'estero la statua
di Caligola non vai in carcere. Se poi trovi certi
giudici, puoi perfino tenerti la merce.
È successo ad Angelo Silvestri, un sub laziale
denunciato per essersi «impossessato di beni culturali
appartenenti allo Stato». Aveva trovato, guardandosi
bene dall'avvertire la soprintendenza, 28 pezzi tra i
quali varie anfore antiche e un set di preziosissimi
strumenti chirurgici romani con tanto di astuccio,
perfettamente integri. Il pubblico ministero chiese una
condanna ridicola: sei mesi e 2500 euro di multa.
«Esagerato!», pensò il giudice di Latina Luigi Carta.
E il 3 maggio 2004 assolse l'imputato perché «di
anfore, piatti di terracotta, crateri e vasi, manufatti
di vario genere, sono pieni i nostri mari» (...).
C'è poi da stupirsi se i musei stranieri, davanti alla
nostra richiesta che venga restituito questo o quel pezzo
ricettato, che magari loro con amore custodiscono e con
amore offrono in visione a milioni di visitatori, fanno
resistenza pensando che quel pezzo finirà anonimamente
nel mucchio delle tante ricchezze abbandonate in qualche
museo di periferia?
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
11 febbraio 2011
sabato 12 febbraio 2011
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