La prepotenza mai sazia di Italcementi

 
 





Benefattori dell'umanità. Questo sarà il riconoscimento che pretenderanno i Cementieri del Mondo (ovviamente Uniti). Italcementi a Monselice chiede 200 mila euro, per danni morali, ai Comitati che stanno ostacolando l'ormai famoso Revamping. L'arroganza e la protervia di questi avvelenatori del pianeta non ha limiti. La foto qui sopra si riferisce ad un altro impianto della Italcementi in provincia di Palermo. Anche lì i Comitati a combattere e i politici a prostrarsi.
Se i cementifici sono tra le imprese più inquinanti, non è colpa dei Comitati. Se col revamping si vuol mascherare una virata dalla produzione di cemento all'incenerimento dei rifiuti, l'inquinamento è destinato a modificarsi, ma anche in peggio. Sanno chi sono e conoscono i danni che producono: che cosa ne ricavano dalla denuncia dei Comitati? Abituati a vincere, stravincere e a non lasciare prigionieri (come direbbe il genio di La Russa).

 




Italcementi contro i Comitati

L’azienda chiede 200 mila euro per danni morali alle associazioni che si oppongono al revamping dello stabilimento di Monselice
di Paolo De Marchi (Terra)

Il conflitto tra comitati della bassa padovana e Italcementi si arricchisce di un nuovo capitolo: la richiesta di condanna per diffamazione con relativa pena pecuniaria di 200 mila euro per danni morali, nei confronti dei rappresentati dei comitati “Lasciateci respirare” e “E noi?” da parte della multinazionale del cemento. Sotto accusa il testo di alcuni volantini e, soprattutto, della diffida presentata contro l’intenzione dell’azienda di installare un nuovo impianto – revamping – nello stabilimento di Monselice in provincia di Padova.
Un “messaggio” chiaro da parte di Italcementi contro quanti in questi anni si sono mobilitati, hanno promosso iniziative, sottoscritto documenti, diffide e appelli per impedire che, con la costruzione del “revamping”, si prospetti per il territorio la “condanna” per altri 25 anni minimo di un carico inquinante riconosciuto dalle stesse istituzioni regionali come emergenziale.
Subito dopo i pareri positivi del Comune, dell’Ente Parco dei Colli Euganei e soprattutto dellaProvincia alla richiesta di attuazione del “revamping” con una torre alta 89 metri è arrivata,guarda caso, la mossa della direzione di Italcementi, mentre i comitati e alcune amministrazionilocali della zona hanno preannunciato il ricorso al Tar contro questa decisione e gli atti deliberatori in tal senso.
Non solo protesta, ma anche proposte, nell’azione di lotta dei comitati che, in alternativa al “revamping”, hanno formulato alternative concrete che hanno trovato ampio consenso sociale ma scarso riscontro da parte delle istituzioni, troppo spesso prone alle volontà di Italcementi.
Anche il sindacato, in questo territorio, si è dimostrato quasi sempre sordo ad alternative di questo tipo, fidando solo sulle “garanzie occupazionali” legate, di volta in volta, ai progetti
proposti dall’azienda. «Ma la realtà è ben altra – ha commentato l’ambientalista Francesco Miazzi, portavoce dei comitati - : una evidente riduzione del mercato del cemento e la maggiore redditività per le aziende data dalla esternalizzazione della produzione in Stati con minori controlli, limiti di emissione e costi del lavoro, che ha già ridotto significativamente l’occupazione in questi impianti e presto – revamping o non revamping – ad ulteriori rischi di forte ridimensionamento nel prossimo futuro.
L’ostilità verso i comitati da parte di Italcementi è data anche dalla capacità di coinvolgimento non solo dei cittadini ma anche di molte istituzioni locali che si sono dichiarate contrarie al “revamping”, come ad esempio i Comuni di Este e Baone che hanno depositato un ricorso al Tar contro gli atti a favore di questo progetto.
«Purtroppo non tutti hanno avuto il coraggio di alzare la testa – continua Miazzi –. L’Ente Parco ha di fatto abdicato al proprio ruolo, disattendendo alle norme del proprio Piano ambientale. Mentre continua a vessare i singoli cittadini per piccoli progetti di ristrutturazione domestica o per l’installazione di pannelli solari, si premura di non considerare una torre di 89 metri, quanto meno, incompatibile dal punto di vista paesaggistico».
I comitati non demordono. La citazione in giudizio, garantiscono, non li fermerà nella loro battaglia per la salute e per un diverso futuro di questo territorio, vocato a produzioni compatibili con il parco, foriere di vere possibilità di incremento occupazionale ed economico. In questi giorni hanno presentato il ricorso al Tar per bloccare il progetto e rendere nulli gli atti e i pareri autorizzativi sinora emessi, e chiamano alla mobilitazione i cittadini per dare un segnale anche sociale ad Italcementi e a un territorio a rischio di asfissia, quello della bassa padovana. Nella sola area compresa tra i Comuni di Monselice ed Este – distanti appena 9 km – operano ben 3 cementifici. Per questo motivo il Piano regionale di tutela e risanamento dell’atmosfera (novembre 2004) denomina questa area come “area dei cementifici” e la inserisce nelle “zone A” dove vanno applicate le “misure di carattere generale”, le “azioni integrate” e quelle “dirette” previste dal Piano proprio per il particolare peso inquinante determinato dal concorso della concentrazione di questi impianti e dal tasso di inquinamento dovuto al conseguente traffico veicolare, specie pesante.
Tutti i cementifici utilizzano rifiuti come materia prima seconda nel processo produttivo e non sono mancati, a questo proposito, interventi sanzionatori della provincia nei confronti di un loro utilizzo non corretto. è il caso della diffida al loro utilizzo fatto nei confronti della cementeria Radici di Monselice. Per il funzionamento dei forni si utilizzano carbone e pet-coke come combustibile. Il carico di inquinanti presente nell’aria e in ricaduta al suolo accertato in questo territorio è molto elevato e preoccupante. I cementifici, inoltre, sono inseriti nell’area del Parco regionale dei Colli Euganei e il Piano ambientale del Parco vigente (approvato dal Consiglio regionale) ne riconosce l’incompatibilità, proibendone nuove costruzioni e definendo un percorso concordato di dismissione da questo territorio di tali impianti. Percorso ancora tutto da intraprendere.
Ma potremmo anche dire che è stato intrapreso al contrario! In diverse occasioni si è assistito al tentativo di introdurre in questi impianti l’incenerimento di rifiuti come copertoni e farine animali. Tentativi sempre respinti dalla mobilitazione dei cittadini e di quei comitati oggi oggetto della citazione in giudizio. La normativa in materia che assegna ai cementifici limiti di emissione di sostanze inquinanti molto più bassi di quelli previsti per i veri e propri inceneritori e gli incentivi economici pubblici vantaggiosi per chi incenerisce hanno sempre rappresentato una forte tentazione per le direzioni di questi impianti alla loro riconversione
in inceneritori o, comunque, all’utilizzo dei rifiuti nel processo produttivo o come combustibile. Ne consegue un evidente astio nei confronti di una comunità locale che ha sempre rintuzzato questo proposito in nome della salvaguardia dell’ambiente e della salute.
Non solo, ma anche fornendo in questi anni una opposizione in grado di produrre sapere condiviso, informazione mirata sui rischi per la salute, proposte alternative. In grado, insomma, di far crescere la consapevolezza e l’idea che sia possibile una alternativa anche economica alla presenza di questi impianti: basterebbe volerlo e perseguirne l’obiettivo con volontà da parte delle istituzioni locali, provinciali e regionali e delle parti sociali.
Mentre continuano ad arrivare prese di posizione contro il revamping dal mondo accademico ed associazionistico ambientale va segnalata il comunicato di solidarietà con i comitati della sezione di Padova di Italia Nostra che condanna la citazione in giudizio di Italcementi ribadendo un giudizio negativo sul progetto revamping.



giovedì 3 febbraio 2011

 
 
     
 
     
     
 

Vuoi dirmi qualcosa ?