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E' così
difficile il pensare al bene del posto in cui si vive? In Valpolicella pare proprio di sì:
in una terra dove per duemila anni nel
paesaggio assai poco è cambiato, gli ultimi
cinquant'anni hanno portato alla situazione che oggi è
davanti agli occhi di tutti: uno
sconsiderato assedio a quel che ancora sopravvive
dell'autentica Valpolicella.
L'incruenta rivoluzione sociale avvenuta dopo l'ultima
guerra ne ha mutato irrimediabilmente l'aspetto
e se, considerando la forte spinta data dall'abbandono
dell'agricoltura in favore di una nuovo e
veloce vento di artigian-industrializzazione, poteva
forse essere in qualche modo giustificabile l'agire
in tal senso negli anni sessanta, non si può
giustificare oggi il continuare su quella
rotta . Oggi quando tutto si riferisce all'apparire
e "l'immagine" ha assurto un ruolo
preponderante, oggi quando non dovrebbe esservi più
quella rancorosa voglia di rivalsa verso il
passato, oggi quando tutti noi dovremmo invece guardarci
indietro per...veder meglio avanti, si insiste
colpevolmente in quella errata direzione, sotto
la bandiera di un falso sviluppo che copre spesso miseri
e "brevimiranti" interessi di
bottega.
Eppure sembrerebbe
ovvio aver a cuore il posto in cui si vive, sembrebbe
ovvio far in modo di salvaguardarlo,
di valorizzarlo, di promuoverlo, di migliorarlo,
soprattutto se il posto in cui si vive è ancora,
nonostante tutto, uno dei più belli del nostro
Paese. Lo sviluppo ed il progresso non
devono dissipare, ma valorizzare risorse naturali,
storiche, artistiche, sociali e produttive, nel vero
interesse dell'intera comunità della Valpolicella. Vale davvero la pena impegnarsi per
tutto ciò.
Pieralvise Serego Alighieri
www.salvalpolicella.it
salvalpolicella@gmail.com
Cito nuovamente un breve dialogo
dal film I cento passi: Non ci vuole niente a
distruggere la bellezza. Bisognerebbe ricordare alla
gente che cosè la bellezza, aiutarla a
riconoscerla, a difenderla ....
Sulla strada nuova che porta a Molina si sfiora un gruppo
di case abbandonate. E Manune. Le case sono
vecchie, alcune malandate. La tipologia delle costruzioni
però è chiarissima. Case di pietra, case costruite col
materiale reperito lì dove sono sorte; piccoli cortili
anchessi in pietra, confini delimitati con lastre
conficcate nel terreno. Cè qualche proprietario
che ha iniziato a rimettere a posto la sua casa. Primo
intervento: scivolo in cemento largo tre metri che porta
direttamente al... (secondo intervento) garage, la cui
apertura occupa un terzo dellintera facciata. Il
tutto (terzo intervento) dipinto di un bel rosa carico.
Se uno non ha idea del valore di un antico borgo e
ragiona con i parametri dellimpresucola edile di
turno, è evidente cosa ne esce. La questione è molto
semplice. Se hai gusto, capisci. Se non ce
lhai, non capisci. La sensibilità, il capire che
cosa vale un manufatto di trecento anni, un capitello, un
confine di pietra, una quercia pluricentenaria, il
profilo di una collina, difficilmente la si può
insegnare. Qui non parliamo di ville palladiane, di pievi
millenarie o di chiostri che hanno una valenza artistica
indiscussa. Si parla di tracce di storia, di opere
concepite e realizzate dai nostri progenitori, si tratta
di leggere il territorio e immaginare come poteva essere;
di ricostruire una parte di noi stessi, in fondo.
Se in Toscana, Umbria, Alto Adige riescono a fare delle
ristrutturazioni che lasciano intatta latmosfera di
antichi borghi, perché tutto ciò non è possibile
realizzarlo anche in Valpolicella? Perché qui si
intonacano pareti in sasso, si dipingono le case di
giallo, verde, rosso, si sbrecciano muri per ricavarne un
garage? Eppure ci sarebbe solo da copiare. Non cè
niente da inventare. Qui invece si dà peso alla gronda
sporgente ottanta centimetri, ai canali di rame, ai muri
che ovviamente non sono più a secco, ma sostituiti da
pannelli di simil-marogna che sono uningiuria alle
capacità costruttive dei nostri nonni. Perfettamente
allineati in una civiltà dellapparire, del far
credere, del vorrei ma non posso.
E una questione di cultura? E di sicuro una
questione di cultura, di sensibilità, di umiltà
nellosservare quelli che il territorio lo sanno
conservare meglio di noi. A tanti è capitato di
raggiungere a piedi un maso disperso in un bosco del
Trentino o del Tirolo. Due fiori sulle finestre, la legna
ordinata sotto la gronda, lorto ben curato, due
pannocchie sulla porta. Piccoli particolari che denotano
gusto, il piacere di adornare la propria casa, la
soddisfazione nel ricevere i complimenti di chi passa.
Essere finiti in mano alla Pirelli Re, agli speculatori,
agli impresari senza gusto e senza scrupoli, significa
una sola cosa: ai più va bene costruire Montericco e i
piccoli agglomerati che lo emulano a San Floriano, a
Bure, a Gargagnago, a Castelrotto. Agli amministratori va
bene così. Alle commissioni edilizie va bene così (e
come potrebbe essere diversamente, visto da chi sono
composte). Agli investitori (società Fiduciarie che
mascherano la vera proprietà) va bene così. E al
valpolicellese pigro, poco attento e poco propenso a
imparare, come va? Va bene così.
Continuerò a difendere il mio punto di vista nonostante
sappia di appartenere ad una minoranza. Credo che a noi
della Valpolicella serva più umiltà, una migliore
conoscenza della nostra storia, un maggior orgoglio nel
difendere questo tesoro che è il nostro territorio.
E una questione di amore. Solo chi lo conosce sa di
cosa parlo.
Sandro Campagnola
www.teladoiolavalpolicella.it
sandro.campagnola@gmail.com
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