Io rifletto. Tu rifletti ?

     
  Pieralvise Serego Alighieri e Sandro Campagnola hanno scritto e riconfermato i loro pareri sulla Valpolicella. Sono coscienti di avere idee lontane anni luce dai "divoratori" della Valpolicella. Eppure insistono; convinti più che mai nella forza delle loro idee.  
 

E' così difficile il pensare al bene del posto in cui si vive? In Valpolicella pare proprio di sì:
in una terra dove per duemila anni nel paesaggio assai poco è cambiato, gli ultimi cinquant'anni hanno portato alla situazione che oggi è davanti agli occhi di tutti: uno sconsiderato assedio a quel che ancora sopravvive dell'autentica Valpolicella.


L'incruenta rivoluzione sociale avvenuta dopo l'ultima guerra ne ha mutato irrimediabilmente l'aspetto e se, considerando la forte spinta data dall'abbandono dell'agricoltura in favore di una nuovo e veloce vento di artigian-industrializzazione, poteva forse essere in qualche modo giustificabile l'agire in tal senso negli anni sessanta, non si può giustificare oggi il continuare su quella rotta . Oggi quando tutto si riferisce all'apparire e "l'immagine" ha assurto un ruolo preponderante, oggi quando non dovrebbe esservi più quella rancorosa  voglia di rivalsa verso il passato, oggi quando tutti noi dovremmo invece guardarci indietro per...veder meglio avanti, si insiste colpevolmente in quella errata direzione, sotto la bandiera di un falso sviluppo che copre spesso miseri e "brevimiranti" interessi di bottega.


Eppure sembrerebbe ovvio aver a cuore il posto in cui si vive, sembrebbe ovvio far in modo di salvaguardarlo, di valorizzarlo, di promuoverlo, di migliorarlo, soprattutto se il posto in cui si vive è ancora, nonostante tutto, uno dei più belli del nostro Paese. Lo sviluppo ed il progresso non devono dissipare, ma valorizzare risorse naturali, storiche, artistiche, sociali e produttive, nel vero interesse dell'intera comunità della Valpolicella. Vale davvero la pena impegnarsi per tutto ciò.

Pieralvise Serego Alighieri

www.salvalpolicella.it
salvalpolicella@gmail.com

Cito nuovamente un breve dialogo dal film I cento passi: “Non ci vuole niente a distruggere la bellezza. Bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla ...”.

Sulla strada nuova che porta a Molina si sfiora un gruppo di case abbandonate. E’ Manune. Le case sono vecchie, alcune malandate. La tipologia delle costruzioni però è chiarissima. Case di pietra, case costruite col materiale reperito lì dove sono sorte; piccoli cortili anch’essi in pietra, confini delimitati con lastre conficcate nel terreno. C’è qualche proprietario che ha iniziato a rimettere a posto la sua casa. Primo intervento: scivolo in cemento largo tre metri che porta direttamente al... (secondo intervento) garage, la cui apertura occupa un terzo dell’intera facciata. Il tutto (terzo intervento) dipinto di un bel rosa carico.

Se uno non ha idea del valore di un antico borgo e ragiona con i parametri dell’impresucola edile di turno, è evidente cosa ne esce. La questione è molto semplice. Se hai “gusto”, capisci. Se non ce l’hai, non capisci. La sensibilità, il capire che cosa vale un manufatto di trecento anni, un capitello, un confine di pietra, una quercia pluricentenaria, il profilo di una collina, difficilmente la si può insegnare. Qui non parliamo di ville palladiane, di pievi millenarie o di chiostri che hanno una valenza artistica indiscussa. Si parla di tracce di storia, di opere concepite e realizzate dai nostri progenitori, si tratta di leggere il territorio e immaginare come poteva essere; di ricostruire una parte di noi stessi, in fondo.

Se in Toscana, Umbria, Alto Adige riescono a fare delle ristrutturazioni che lasciano intatta l’atmosfera di antichi borghi, perché tutto ciò non è possibile realizzarlo anche in Valpolicella? Perché qui si intonacano pareti in sasso, si dipingono le case di giallo, verde, rosso, si sbrecciano muri per ricavarne un garage? Eppure ci sarebbe solo da copiare. Non c’è niente da inventare. Qui invece si dà peso alla gronda sporgente ottanta centimetri, ai canali di rame, ai muri che ovviamente non sono più a secco, ma sostituiti da pannelli di simil-marogna che sono un’ingiuria alle capacità costruttive dei nostri nonni. Perfettamente allineati in una civiltà dell’apparire, del far credere, del vorrei ma non posso.

E’ una questione di cultura? E’ di sicuro una questione di cultura, di sensibilità, di umiltà nell’osservare quelli che il territorio lo sanno conservare meglio di noi. A tanti è capitato di raggiungere a piedi un maso disperso in un bosco del Trentino o del Tirolo. Due fiori sulle finestre, la legna ordinata sotto la gronda, l’orto ben curato, due pannocchie sulla porta. Piccoli particolari che denotano gusto, il piacere di adornare la propria casa, la soddisfazione nel ricevere i complimenti di chi passa.

Essere finiti in mano alla Pirelli Re, agli speculatori, agli impresari senza gusto e senza scrupoli, significa una sola cosa: ai più va bene costruire Montericco e i piccoli agglomerati che lo emulano a San Floriano, a Bure, a Gargagnago, a Castelrotto. Agli amministratori va bene così. Alle commissioni edilizie va bene così (e come potrebbe essere diversamente, visto da chi sono composte). Agli investitori (società Fiduciarie che mascherano la vera proprietà) va bene così. E al valpolicellese pigro, poco attento e poco propenso a imparare, come va? Va bene così.

Continuerò a difendere il mio punto di vista nonostante sappia di appartenere ad una minoranza. Credo che a noi della Valpolicella serva più umiltà, una migliore conoscenza della nostra storia, un maggior orgoglio nel difendere questo tesoro che è il nostro territorio.

E’ una questione di amore. Solo chi lo conosce sa di cosa parlo.

Sandro Campagnola

www.teladoiolavalpolicella.it
sandro.campagnola@gmail.com

 
     
     
 

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