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Nei provvedimenti che il ministro Passera sta adottando
per il rilancio dell'economia e dell'occupazione, spero
che finalmente si faccia qualche cosa di serio per
premiare gli imprenditori che mantengono le loro
industrie in Italia e castigare pesantemente quelli che
"delocalizzano" in Serbia, in Croazia, in
Romania, in Bulgaria. E' vero che l'impresa è fatta per
creare utile. E' altrettanto vero che chi pretende di
produrre in Italia mutande che i cinesi producono ad un
costo dieci volte inferiore, non ha capito che si deve
evolvere su prodotti più complessi che forniscano un
margine più elevato.
Nerino Grassi è il patron della Golden Lady. Omsa è uno
dei marchi di sua proprietà. A Natale 239 lavoratrici
dello stabilimento di Faenza hanno ricevuto l'avviso di
licenziamento. Sul Web è partito il tam tam per
boicottare le calze di questi marchi. Anche noi aderiamo
molto volentieri e ci auguriamo che i cacasotto alla
Nerino Grassi vengano sempre più presi di mira e
boicottati. Più che grandi imprenditori, personaggi del
genere vanno identificati come GRANDI SFRUTTATORI.
A suo tempo hanno sfruttato la provincia di Mantova,
stanno sfruttando la Serbia, andranno a sfruttare il
Centr'Africa.
Ci sono imprenditori che capiscono la valenza sociale del
produrre in Italia, la ricchezza che si crea per il
Paese, la necessità di accettare quella sfida continua
nell'innovare i prodotti. Sono disposti a guadagnare di
meno, ma hanno attorno lavoratori che riconoscono questo
sforzo che stanno facendo. E' a costoro che il governo
dovrebbe fornire delle facilitazioni nell'assumere, uno
sgravio dei contributi, un premio per lo sforzo che
stanno facendo in favore dell'economia italiana.
Altrettanta attenzione il governo dovrebbe riservare a
coloro che portano le produzioni all'estero, con una
imposizione fiscale pesantissima, con una assidua ricerca
di società con sede nei paradisi fiscali, con controlli
rigorosi sulle false voci di spesa.
Alle donne, pricipali utilizzatrici delle calze del
gruppo Golden Lady (marchi Omsa, SiSi,
Filodoro, Philippe Matignon),
chiediamo di NON COMPRARE questi prodotti,
di partecipare con un piccolo gesto al dramma delle 239
lavoratrici della Omsa, che diventeranno alcune migliaia
quando tutta la produzione del Gruppo sarà portata fuori
dall'Italia.
Operaie
Omsa, il boicottaggio si fa serio
Coop
potrebbe non vendere prodotti serbi
Hanno iniziato l'invito a non comprare più prodotti del
marchio di Faenza su Facebook dopo l'annuncio del
licenziamento collettivo. Ora anche uno dei più grandi
distributori potrebbe aderire. E il prossimo passaggio
sarà chiedere un incontro a Passera: "Non ci
rassegneremo facilmente"
Sono 60 i giorni che separano le donne dellOmsa di
Faenza dal licenziamento collettivo. Li trascorreranno
nellansia di chi guarda gli ultimi granelli di
sabbia scendere in una clessidra.
Ma non inerti. Le operaie stanno gridando la loro
protesta: nelle piazze, sulle colonne dei giornali, in tv
e sul web. Ospitate dalla trasmissione Servizio
pubblico di Michele Santoro hanno ribadito la loro
volontà di incontrare il ministro dello Sviluppo
economico Corrado Passera, al quale hanno recentemente
scritto una lunga lettera.
Domenica 15 gennaio saranno a Mantova e a Castiglione
delle Stiviere, il feudo di patron Nerino Grassi, dove
sorge la casa madre della Golden Lady.
Continuano anche le adesioni su facebook alla campagna di
boicottaggio. Tre le pagine: Boicotta Omsa,
Mai più Omsa e A piedi nudi! Io non
compro Omsa e Golden Lady finché non riassumono.
Ormai sono decine di migliaia gli utenti che si sono
impegnati a non acquistare più i marchi controllati
dalla multinazionale delle calze, che si è invaghita
dellest Europa. Le donne hanno risposto in massa.
In prima fila il comitato Se non ora quando,
le Donne in nero di Ravenna e lUnione donne
italiane.
Ora anche Coop, il principale attore sul mercato italiano
della grande distribuzione organizzata, potrebbe non
escludere ladesione al boicottaggio. Lo ha
dichiarato Giovanni Monti, vicepresidente di Coop
Adriatica al quotidiano online Ravenna&dintorni:
A livello formale è possibile che Coop non accetti
più come fornitore chi decide di delocalizzare a
discapito del territorio. Per i prodotti non alimentari
specifica gli accordi con i fornitori sono
presi da Coop Italia. Certo è una decisione politica che
richiede di essere ponderata con cautela e mediata dalle
istituzioni locali, anche perché coinvolgerebbe non solo
un supermercato, ma tutto il sistema Coop. Leventuale
decisione di terminare i rapporti con i fornitori della
Golden Lady non sarebbe comunque aliena alla politica di
Coop Adriatica, visto che l85% dei prodotti che
vende sono italiani e il 53% proviene dalle regioni in
cui si trova la cooperativa. Se attuata, questa misura
arrecherebbe un duro colpo alla Golden Lady, da sommare
alle singole azioni dei tanti consumatori solidali con le
lavoratrici, in procinto di perdere definitivamente il
lavoro.
La data del 14 marzo è quella fissata per il
licenziamento collettivo. Rimangono due mesi, davvero
pochi per tentare di imprimere una svolta a una
situazione che non lascia intravedere nulla di buono allorizzonte.
In verità il tempo ci sarebbe stato. È dal 18 febbraio
2011 che la proprietà della Golden Lady ha firmato il
primo accordo con il quale si impegnava a garantire la
ricollocazione del sito produttivo e a tutelare le
lavoratrici, finché non si fosse fatto avanti un
compratore. Da quella data più nulla, se non vaghe e
vane promesse.
Alloggi le 239 operaie non sanno se cè stato
lincontro annunciato tra i rappresentanti delle
istituzioni e il possibile acquirente dei due capannoni
da 44 mila metri quadrati che si vedono sullautostrada
A14, allaltezza del casello di Faenza. Un soggetto
interessato ci sarebbe, lo aveva detto lingegner
Marco Sogaro, delladvisor Wollo, allultimo
tavolo ministeriale del 23 dicembre.
Qualcosa in cui sperare in un panorama di totale
incertezza. Ci si sono aggrappate le donne dellOmsa
e con quella speranza dubbiosa hanno salutato lanno
nuovo. Poi lennesima cattiva notizia: lincontro
in programma a Roma, previsto inizialmente per il 12
gennaio, è stato rinviato a data da destinarsi per
consentire le opportune verifiche. È quanto si
legge in una lettera di Gianpiero Castano, rappresentante
del ministero dello Sviluppo economico, inviata a
sindacati, Golden Lady, Regione Emilia-Romagna e Comune
di Faenza.
Presumiamo che lincontro si tenga il 20
gennaio dichiara Germano Savorani, assessore alle
attività economiche del Comune manfredo.
Sul possibile acquirente però lassessore non si
sbottona: È segretissimo, rivelarlo guasterebbe le
trattative, ma si parla di una persona concreta, non come
ai tempi in cui circolava la bufala che lIkea fosse
entrata in trattativa. Vasco Errani e il sindaco di
Faenza Giovanni Malpezzi lhanno incontrato e si è
discusso di unoperazione unica che non
richiederebbe il cambio duso del sito.
Nel giorno in cui si sarebbe dovuto tenere lincontro
al Mise, poi sfumato, le operaie dellOmsa sono
tornate da Santoro. Fu partecipando alla sua precedente
trasmissione, Annozero, che resero nota a tutto il Paese
la loro storia.
Samuela Meci della Filctem Cgil faentina ha ribadito con
forza le ragioni di un dramma vissuto ogni giorno sulla
pelle delle lavoratrici: LOmsa non è unazienda
in crisi: quando ha deciso di delocalizzare noi in Italia
facevano la cassintegrazione, mentre in Serbia
aumentavano i dipendenti da 1500 a 1900, accrescendo di
conseguenza anche la produzione.
Santoro ha chiosato le parole della sindacalista
osservando: Mentre lazienda coi soldi
pubblici fingeva una cassintegrazione per riportarvi a
lavorare, in realtà si stava espandendo in un Paese,
dove veniva spostata loccupazione persa in Italia.
Non è vero, questo è travisare i fatti, è
il commento di Germano Savorani. Non voglio
difendere Nerino Grassi, ma lui non ha mai voluto la
cassintegrazione. Due anni fa disse: Chiudo e punto.
Sono stati Cgil e Cisl a Roma a chiedere gli
ammortizzatori. Grassi voleva andarsene perché si era
accorto di ciò che inevitabilmente succederà: la
produzione di calze sparirà dallItalia, perché
non è economicamente conveniente. Anche lo stabilimento
Golden Lady di Mantova chiuderà, è solo questione di
tempo, già adesso lavora al 40%.
E allora come si corre ai ripari? Davanti a una
legislazione debole (non vi è alcun potere di applicare
sanzioni a chi delocalizza), lEmilia-Romagna sta
lavorando a un progetto di legge che valorizzi le imprese
che scelgono di restare in regione. Come ho avuto
modo di dire anche di recente -afferma Gian Carlo
Muzzarelli, assessore regionale alle attività
produttive- ritengo che ci debbano essere nuovi accordi e
patti di lealtà tra imprese e lavoro, anche con un
periodo di necessaria permanenza in Emilia-Romagna
(ipotizziamo 5 anni) per imprese che hanno ricevuto
finanziamenti, sostegno, incentivi dalla Regione. È
ragionevole ipotizzare conclude lassessore-
un progetto di legge in base al quale chi se ne va prima
di quella scadenza, impoverendo il territorio e
sottraendo posti di lavoro, debba restituire quanto
percepito.
Enrico Bandini - Il FattoQuotidiano -
14/01/2012
domenica 15 gennaio 2012
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