| |
David Cameron è un politico che, confrontato con i
nostri, viene da una galassia sconosciuta
dell'iperspazio. Ma siccome sognare fa bene, stimola,
corrobora, tonifica, immaginiamo che anche in
Valpolicella arrivi un giorno un sindaco che si preoccupi
di misurare il grado di felicità dei suoi concittadini.
Un giorno.
GRAN
BRETAGNA AL VIA IL PROGETTO DI RILEVAZIONE. IN PIENO
REGIME DI AUSTERITY. «NON DOBBIAMO CONCENTRARCI SOLO SUL
PIL»
Cameron
lancia il «Regno della felicità»
Il premier inglese crea un nuovo indice per misurare il
benessere della popolazione Gli indicatori Downing
Street: «Il benessere dipende anche dalla cultura e
dalla forza delle nostre relazioni»
LONDRA - Quello di David Cameron è un vecchio pallino.
Già nel 2006, pochi mesi dopo l'investitura alla
leadership dei conservatori, disse che «l'obiettivo di
misurare il benessere dei cittadini è la sfida politica
dei nostri tempi». Il giovane tory non fu preso troppo
sul serio, era all'inizio della sua avventura.
Gli rinfacciarono: che cosa significa misurare il
benessere dei cittadini? E la questione scivolò via.
Adesso che governa da Downing Street, David Cameron ha
rispolverato il suo sogno. Che è anche una bella sfida.
Perché andare a tastare gli umori dei britannici proprio
ora che l'economia è a pezzi e che la cura per
rianimarla passa dai tagli ai servizi pubblici, è
davvero una scommessa azzardata. Le risposte rischiano di
sconfinare nel più cupo pessimismo. Non è matematico
che inglesi, scozzesi, nordirlandesi e gallesi siano
sull'orlo di una crisi depressiva però non è di certo
tempo di scherzare col fuoco.
Ma, nonostante gli avvertimenti alla cautela di una parte
dei suoi colleghi di partito e di coalizione nonché di
una fetta considerevole dei potenti direttori
ministeriali di Whitehall, David Cameron ha deciso di
interrogare i sudditi di Sua maestà su come se la
passano e sui loro pensieri più nascosti. È infatti
convinto che la solidità di un Paese non possa essere
misurata soltanto da quel numero e da quelle percentuali
che esprimono la ricchezza prodotta in beni e servizi, il
prodotto interno lordo (il Pil), ma che servano nuovi
indicatori e uno in particolare, l'indicatore della
felicità. In altri termini: il Pil non è sufficiente a
fotografare una nazione e a dare conto, con la sua
crescita o riduzione, della politica economica di un
governo, allora è utile affiancarlo con il Fil, la
felicità interna lorda, intesa come sinonimo di
benessere, il benessere sociale, personale, culturale, la
gioia di vivere e di divertirsi, in inglese l'acronimo è
Gwp, ossia «general wellbeing».
Non è di certo facile escogitare il termometro in grado
di rilevare la soddisfazione dei britannici, un metodo di
ricerca utile a sondare quel sentimento che riempie
pagine di aforismi e citazioni famose (da Platone ad
Aristotele e da Epicuro a Freud), gli studiosi hanno
approcci metodologici diversi, però le intenzioni di
Cameron sono chiare e il 25 novembre investirà
ufficialmente la numero uno della statistica nazionale,
Jil Matheson, e le darà carta bianca per procedere al
censimento sulla felicità.
«Ammettiamolo dobbiamo concentrarci non solo sul
prodotto interno lordo, il benessere non può essere
calcolato unicamente in termini di soldi, il benessere
dipende anche dalla qualità della nostra cultura e dalla
forza delle nostre relazioni». Parole efficaci per
convincere gli scettici. Probabilmente l'unica a
disapprovare David Cameron sarebbe stata Marilyn Monroe
che, a proposito di citazioni da archivio, amava
ricordare: «Dicono che il denaro non faccia la felicità
ma se devo piangere preferisco farlo sui sedili di una
Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone della
metropolitana».
Comunque sia, non è il primo, David Cameron, a scoprire
che il prodotto interno lordo ci racconta ormai poco
della forza (o della debolezza) di un Paese.
Un paio di anni fa, ad esempio, il presidente francese
Sarkozy insediò una commissione presieduta dagli
economisti Joseph Stiglitz e Amartya Sen per superare le
catalogazioni tradizionali della ricchezza e abbracciare
l'idea della felicità come nuovo «sonar» della
società. E in Italia, anche, la qualità della vita sta
diventando un punto di riferimento importante per testare
la prosperità e la caduta. Ma fu Bob Kennedy negli anni
Sessanta ad aprire la strada: «Smettiamola di misurare
lo spirito nazionale americano riferendoci esclusivamente
all'indice Dow Jones e di misurare i progressi della
nazione calcolando il prodotto interno lordo». David
Cameron si è messo nel solco di questa tradizione.
Probabilmente le statistiche gli riserveranno qualche
brutta sorpresa. È comunque certo che l'indice della
felicità possa aiutare il suo governo a capire i
problemi del Paese e gli umori della gente comune. Un
passo, tutto sommato, interessante. E coraggioso.
Fabio Cavalera
16 novembre 2010
Non troveremo mai un fine per la
nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero
perseguimento del benessere economico,
nellammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base
dellindice Dow-Jones, né i successi del paese
sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche linquinamento dellaria
e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per
sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei
fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le
nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che
cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che
valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai
nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm,
missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca
per migliorare la disseminazione della peste bubbonica,
si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa
per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando
sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi
popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre
famiglie, della qualità della loro educazione o della
gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la
bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori
familiari, lintelligenza del nostro dibattere o
lonestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali,
né dellequità nei rapporti fra di noi. Il Pil non
misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né
la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la
nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita
veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto
sullAmerica, ma non se possiamo essere orgogliosi
di essere Americani.
Bob Kennedy, 18 marzo 1968
martedì 16 novembre 2010
|
|