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Carlo Petrini, con tipica reazione SLOW,
fa un'ampia considerazione sulla cementificazione e sul
consumo di territorio. Con Salvatore Settis e Domenico
Finiguerra, fa indubbiamente un bel trio con
indiscutibile autorevolezza. Potremmo anche dire che sono
rappresentanti di una popolazione civile, sensibile,
colta che vorrebbe salvare il salvabile. Peccato che le
decisioni vengano prese da un gruppo di puttanieri che
vivono immersi fino al collo in un puttanaio che ci fa
vergognare di fronte al mondo. Sono questi che varano i
Piani Casa per "far riprendere l'economia"
(Spagna docet).
Comunque andiamo avanti, con il sospetto che non sia
lontano il giorno in cui ci chiuderanno in un recinto e
lì ci porteranno le scolaresche in gita.
CEMENTIFICAZIONE
Basta con le ruspe
salviamo l'Italia
In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio,
l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il
piano casa il processo ha avuto un'accelerazione. Appello
per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia
troppo tardi
di CARLO PETRINI
Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più
efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora
proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in
scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi
sono il cemento di capannoni, centri commerciali,
speculazioni edilizie e molti impianti per produrre
energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità
e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno
responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che
non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del
nostro Paese, soprattutto quelli di domani.
I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non
sempre concordanti per via dei diversi metodi di
misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera
univoca di un consumo impressionante del territorio
italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene
comune, perché anche la proprietà privata del terreno
non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e
sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni
fa su queste pagine riportavamo che l'equivalente della
superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3
milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture,
era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950
abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi
regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di
Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta
della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno,
dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte
a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia
Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato
suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a
Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre
Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior
parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura.
Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono
superati i due milioni di ettari di terreni agricoli
morti o coperti di cemento.
Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto
degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per
l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo
Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle
amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che
non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che
non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata
occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il
paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in
Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in
materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti
locali, con il risultato che si creano grande confusione,
infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per
gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale
approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti
fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata
da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece
approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando
forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo
del Territorio". In realtà, in barba alle linee
guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli
mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come
funghi alla stregua dei centri commerciali e delle
shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi
quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato
interi territori del nostro Meridione anche grazie a
condoni edilizi scellerati.
Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950
ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324%
mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso
periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla
dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio
di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei
danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina
che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli
fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90
metri quadri.
Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento
avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che
nonostante siano sempre più oggetto d'importanti
inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche
giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare
indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si
sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente
frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire
fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male:
l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini
finiscono con il diventare complici se non s'impegnano
nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello
locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno
escluso.
Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono
impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori
che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il
profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare
fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono
riusciti a trasformare la speranza, il sogno di
un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di
lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su
suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine,
prendendo come spunto la delicatissima situazione in
Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono
completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil
sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è
profondamente stupido dedicargli immense distese di
terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si
potrebbero installare su capannoni, aree industriali
dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le
autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni
luce rispetto al resto d'Europa sulle energie
rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi
mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre.
Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in
odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di
quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già
saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche
testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di
cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet
il sito del movimento "Stop al Consumo del
Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli
occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno
ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.
Intendiamoci, questo non è un articolo contro il
fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato
e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose,
tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20%
di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere
benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo
ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido
di dolore contro il consumo di territorio e di suolo
agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe
ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito,
inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra
agricola sparisce il disastro è alimentare,
idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come
indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti
per comprarsi un televisore più grosso: niente di più
stupido.
Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi
generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni,
visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono
recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma
del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori
nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa
inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più
facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le
armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o
legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che
difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude)
mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre
possibilità di fare comunità a livello locale, un
futuro che possa ancora sperare di contemplare reale
benessere e tanta bellezza.
Per questo è giunto il momento di dire basta,
perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di
non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga
emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di
suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che
può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o
abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a
se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far
posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di
firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la
scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le
costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che
ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a
consumatori-automi, soli e abbruttiti.
Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda
situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale
congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello
dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché
il nostro territorio è il primo bene culturale di questa
Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le
tante organizzazioni che lavorano in questa direzione,
come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete
di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale
Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di
categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati
civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti
a unire le forze. È il momento di fare una campagna
comune, di presidiare il territorio in maniera capillare
a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni
d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi
e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra
le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non
ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è
in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno
sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile
ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita
devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i
giorni.
(18 gennaio 2011)
mercoledì 19 gennaio 2011
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