Il cacciavite della Gianna

 
 





Era un meccanismo che funzionava così bene. Gli ingranaggi di Cementirossi, del sindaco di Fumane, del sindaco di Marano, quello dei dipendenti e dei sindacati, quello della Provincia di Verona e quello della Regione Veneto si incastravano perfettamente, tanto da farla sembrare una macchina perfetta. Richiesta di autorizzazione? Autorizzazione concessa. Richiesta di deroga? Deroga concessa. Richiesta di deroga alla deroga? Deroga alla deroga concessa. Insomma Cementirossi chiedeva e tutti quelli che dovevano firmare (dopo aver assunto una opportuna posizione a novanta gradi), firmavano. Erano bei tempi, erano tempi d’oro. Il cemento usciva a fiumi, le case crescevano come funghi, i quattrini giravano vorticosamente e, si sa, i meccanismi ben oliati non temono l’usura e tantomeno i guasti.

Poi un giorno, tra un “tavolo” e l’altro, qualcuno disse che serviva anche il parere della Soprintendenza. I politici più scafati e meno avveduti dissero subito: “sì, sì ma è solo un parere”. Qualcuno disse: “calmi, calmi, ci parlo io con la Soprintendente”. Uno lì in disparte, che di solito non partecipava ai momenti caldi delle discussioni, azzardò: “ Parere Vincolante”. Ci fu un attimo di silenzio. Poi si cominciò a discutere sul significato di Vincolante, quanto Vincolante, perché Vincolante. Si finì come al solito con pacche sulle spalle e con l’inossidabile “ci penso io con la Soprintendente” (mettendo l’accento su quel “la” da buon maschio dominante).

Quando finalmente la perfetta macchina da guerra decise di mandare la documentazione alla Soprintendenza, lo fece in modo disarticolato, frazionato, avvolto in quella cortina fumosa che solo incalliti burocrati e collaudati azzeccagarbugli sanno produrre. L’approccio era del tipo: “su, su forza Soprintendente, non vede che abbiamo già approvato tutti! Metta anche lei il suo goccio d’olio e lasci che la macchina giri come ha sempre girato”.

La Gianna (mi perdoni Soprintendente Gaudini) non si fece né intimorire, né avvolgere dal fumo. Esaminò la documentazione con cura, creò i collegamenti e le correlazioni, tirò fuori le norme inerenti al caso e si pose nelle condizioni di esprimere un PARERE SERENO sulla questione.
La sostanza è presto detta. Cementirossi, nella Valle dei Progni di Fumane, di danni ne ha fatti anche troppi. Non è ulteriormente sopportabile che un’industria sconvolga un territorio, spiani colline, trasformi una morfologia decidendo pure come dovrà essere quella nuova, faccia sparire vai e faccia nascere laghetti che nulla hanno a che fare con la natura che sta intorno. La ditta Cementirossi non farà sprofondare la collina di Marezzane, non taglierà il versante orientale con la strada di collegamento, non demolirà le case di Marezzane, NON STRAVOLGERA’ PER ALTRI 100 ANNI IL CUORE DELLA VALPOLICELLA (questo non l’ha detto la Gaudini… ma lo dico io).

Alla Gianna hanno suggerito di dare il suo contributo per il perfetto funzionamento della macchina. Le hanno anche indicato dove mettere l’olio e di non avvicinarsi troppo con il beccuccio dell’oliatore agli ingranaggi. Si è guardata intorno. Ha visto un cacciavite, lo ha brandito come un pugnale e...
giù proprio in mezzo agli ingranaggi!



(mi sia concesso un piccolo ricordo)
Il forcone di Angelo

A Marezzane viveva Angelo con la sua famiglia. Adesso come adesso potremmo dire che ha vissuto in Paradiso tra prati, ciliegi, mucche, galline, conigli, lassù fuori dalla realtà, su una collina tutta sua.
Se lui ci potesse fornire il suo parere, magari ci terrebbe a precisare che vivere lassù, lontano da tutto e da tutti, non è stata propriamente una passeggiata. Per quel poco che me lo ricordo, Angelo (per essere rigorosi, “Angilo da le Maredàne”) era un tipo cordiale, felice che qualcuno si spingesse fin là per fargli visita, orgoglioso di mostrare la sua casa, la stalla col fienile, la pozza per la raccolta dell’acqua. Anche la sua ospitalità era spontanea e immediata e il volto era il mezzo più immediato per farla trasparire. Anche il suo andare caracollante lo faceva individuare immediatamente, ammesso che in quel di Marezzane lo si potesse confondere con qualche altro.

Marezzane è un grande prato che si apre in mezzo al bosco. I ciliegi sono arrivati in seguito. All’inizio lo si può immaginare come un tratto di collina disboscata per far posto ad un prato, per poter allevare del bestiame, per creare una fonte di reddito vendendo latte e vitelli. E’ un altro chiaro segnale di quanto fosse arduo vivere lassù, attorniati soltanto dai boschi. Angelo ha provato a resistere, ha cresciuto la sua famiglia, ha cercato in ogni maniera di rimanere attaccato alla sua terra.

Quando veniva da mio padre, per il progetto della nuova stalla, lo chiamava ‘Ngeniér e da ogni suo gesto “voleva” far trasparire tutto l’ossequio che nutriva. Quando mio padre andava a controllare i lavori, Angelo si rammaricava di una sola cosa: di non poter bere assieme un bel bicchiere di vino. Che l’Ngeniér fosse astemio era l’unica nota stonata di questo rapporto.

Anche oggi a Marezzane e dintorni non è facile viverci. I pochi che sono rimasti devono ingegnarsi in qualsiasi maniera, devono inventarsi i lavori pur di rimanere avvinghiati alla loro terra. I più sono scappati e lavorano nell’industria, giù in basso.

Ed è proprio l’industria che ha messo gli occhi (e le mani) su Marezzane. Non interssano né prati né ciliegi; è la marna che c’è lì sotto che interessa il cementificio.
Marezzane, secondo i loro progetti, dovrebbe sparire, sprofondare, essere ingoiata dalle ruspe, macinata dai frantoi, ridotta in polvere.
Si sta levando un grido di dolore per questa devastazione che incombe.

Immagino che “Angilo da le Maredàne” sia lì intorno a vigilare con il forcone in mano. Vediamo chi sarà il primo a violare il confine del suo Paradiso.





venerdì 16 dicembre 2011

 
 
     
 
     
     
 

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